Restaurare una fiaba cilena (secondo me)

di Federico Spagnoli

Restaurare una fiaba cilena (secondo me)

C’era una volta, all’interno in una grotta profonda e buia come la notte, un piccolo pipistrello infreddolito che tremava come una foglia. L’inverno incessante allungava le sue grinfie fin dentro la cavità nella quale si era rifugiato l’animale, e questo cercava di raggomitolarsi e di coprirsi il ventre con le piccole ali per far fronte alle ventate d’aria gelida che ne sferzavano la pelle sottile. Il povero pipistrello, quindi, rabbrividendo vistosamente, si lamentava tra sé e sé.
– Povero me. Di questo passo morirò prima di vedere il cielo sereno e screziato della primavera.
Il piccolo animale si mise a piangere così forte che le sue grida vennero udite in ogni angolo del mondo; dal punto più basso della terra a quello più alto del cielo. Bisogna sapere che la sua voce giunse anche alle orecchie dell’Aquila, che volava altissima sopra le steppe, la quale, ascoltati i tristi lamenti, decise di calarsi in picchiata in direzione della grotta dalla quale sembravano provenire.
Una volta entrata, l’Aquila maestosa si trovò davanti alla povera creatura singhiozzante, e per poco non si commosse.
– Ti porgo i miei saluti, compagno pipistrello. Io sono l’Aquila. Ti ho raggiunto perché ho udito il tuo pianto, e vorrei domandarti che cosa ti è successo.
– S… s… salve, compagna Aquila. Piango perché ho tanto freddo e non ho modo di riscaldarmi.
– E come mai gli altri volatili non piangono e si disperano come te?
– Gli altri hanno le penne che li riparano dall’aria gelida, io, invece, come puoi vedere, sono tutto spelacchiato e non ho modo di affrontare gli inverni.
L’Aquila comprese immediatamente che il pipistrello doveva essere molto giovane, e che quello in corso era probabilmente soltanto il secondo o il terzo inverno che affrontava in vita sua. Poiché l’Aquila delle steppe era un animale dal cuore buono, e dunque perfettamente al corrente delle necessità dei più bisognosi, fece una promessa al suo compagno pipistrello.
– Anche io ho i miei piccoli che soffrono il freddo, nel mio nido tra le steppe. Ti capisco, compagno pipistrello, e ti aiuterò.
S’innalzò quindi in volo, lanciando il suo inconfondibile grido, e domandò a tutti gli uccelli del mondo di donare una delle loro piume per il povero pipistrello infreddolito. Tutti quanti i volatili si mostrarono molto generosi, ed ognuno consegnò volentieri all’Aquila una piuma da portare all’animale in difficoltà.
– Eccomi di ritorno, non piangere più. Tutti gli uccelli hanno ascoltato la tua storia e si sono prodigati per donarti le loro piume. Prendi pure.
Il pipistrello non poteva credere ai propri occhi: ora possedeva un piumaggio di ogni colore e sfumatura!
Cominciò quindi a collocarle con grande attenzione e, una volta che ebbe terminato di sistemarsele tutte, fu così orgoglioso del suo nuovo aspetto che rimase per una giornata intera a specchiarsi nell’acqua del lago vicino. Una volta accertatosi di poter essere in grado di volare, se ne andò dalla grotta senza neppure ringraziare la sua compagna Aquila.
Il tempo passò, e il pipistrello divenne vanitoso a tal punto dal trascorrere settimane a specchiarsi e rimirarsi sulle rive dei ruscelli, torrenti, stagni e pozzanghere. Il suo aspetto lo aveva reso così maleducato che non salutava più nessuno degli altri animali, e si occupava soltanto di lisciare e ripulire le proprie piume colorate. Gli altri uccelli, come comprensibile che fosse, iniziarono a risentirsi del suo comportamento, e decisero di inviare una delegazione all’Aquila delle steppe affinché raggiungesse il pipistrello e lo mettesse al corrente della faccenda.
– Spende le giornate a pavoneggiarsi, come se le piume che indossa e di cui si vanta fossero sue, e non mostra mai nemmeno un segno di gratitudine nei nostri confronti. Finge di non vederci. Non saluta neppure.
L’Aquila rifletté per qualche momento su quanto le avevano riferito gli altri compagni animali. E si decise.
– Andrò io, fratelli. Entro sera la questione sarà risolta.
L’Aquila delle steppe sezionò quindi l’aria con le sue ali taglienti e implacabili, raggiungendo il pipistrello in pochi minuti.
– Oggi gli altri animali hanno dato voce alle proprie lamentele nei tuoi riguardi. Che cosa hai da dire a tua discolpa? Perché non ti mostri mai grato nei loro confronti, visto che ti hanno aiutato con grande gentilezza ed empatia?
– E cosa dovrei dire? Parlano così perché sono invidiosi della mia bellezza. Osservami bene: hai mai visto uccello più splendido ed incantevole di me?
L’Aquila capì che c’era soltanto una cosa da fare, e lanciò per la seconda volta il suo grido affilato, che attraversò il mondo intero come una cometa sibilante. L’ordine era chiaro: riprendersi ogni singola piuma che era stata donata. Calarono dunque ogni sorta di uccelli sul povero pipistrello, che si vide derubato, in pochi istanti, di tutto quanto il proprio rigoglioso piumaggio. Rimasto nudo, spelacchiato, e più solo di prima, il pipistrello provò così tanta vergogna che decise – ed ancor oggi non ha cambiato idea – di nascondersi durante il giorno per poi volare soltanto di notte.

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