La gara, il racconto, le foto dell’avventura di Emilia 5.9 al mondiale per auto solari (in Australia)

di Milena Monti

La vera vittoria, per Emilia 5.9, è stata tagliare il traguardo della Bridgestone World Solar Challenge, il “mondiale” per auto solari che si corre ogni due anni attraverso l’outback australiano. In terza posizione, ma comunque compiendo per intero i 3.022 chilometri tra Darwin e Adelaide come solo altre due cruiser delle sette al via sono riuscite a fare. Davanti all’auto del team made in Castel San Pietro Terme Onda Solare sono arrivati il Vtc Solar Car Team di Hong Kong (vincitore della competizione) e l’estone Solaride.

La gara di Emilia 5.9

Con appena tre ore di ritardo sulle prime due in una gara durata complessivamente otto giorni, Emilia 5.9 ha tenuto una velocità media di 64 chilometri orari con punte oltre i 100. Spinta dal sole, guidata dal castellano Ruggero Malossi e dai compagni di volante Morena Falcone, Riccardo Zamagna e Marco Bertoldi.

Ruggero Malossi e Morena Falcone

Sesta vettura del pluripremiato team Onda Solare con base a Castel San Pietro Terme e sostenuto dal Most (Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile) attraverso fondi europei del programma Next Generation Eu, Emilia 5.9 è stata progettata da una squadra di ingegneri, ricercatori, studenti, professionisti e volontari allo scopo di sbancare in Australia. Ma come ci aveva anticipato Giangiacomo Minak, responsabile del progetto GreenWave di cui fa parte Emilia 5.9, la vettura era stata progettata a partire dal regolamento 2021, regolamento poi modificato proprio quest’anno mentre i lavori sulla macchina erano già avanzati. Impossibile tornare indietro, il team ha fatto tutto quello che era possibile per portare in Australia la migliore Emilia. E così è stato, come testimonia – come detto – l’arrivo, il podio e anche l’Innovation Award per le “diaboliche ma eleganti sospensioni anteriori”.

Com’è andata la gara ce lo racconta, ancora dall’Australia, Malossi. «Emilia si è dimostrata una buona macchina. Purtroppo è arrivata a Darwin sul filo del rasoio, solo il giorno prima dell’inizio dei test statici, a causa di un ritardo della nave cargo di oltre venti giorni. Non ci è stato possibile sistemarla a dovere e testarla prima del via, e questo ci ha in qualche modo penalizzato perché abbiamo registrato problemini a una batteria e a un pannello solo in gara. A questo si è aggiunta una grave rottura all’ammortizzatore posteriore sul finale del primo giorno che abbiamo cercato di risolvere alla meglio nel corso della notte, ma abbiamo dovuto affrontare tutta la gara con l’asse rigido. Abbiamo tentato scelte tecniche per recuperare il gap di tempo ma abbiamo trovato la quadra troppo tardi e anche a causa del meteo dell’ultimo giorno, con vento contrario. Pioggia e freddo, non abbiamo raggiunto gli avversari prima del traguardo. Chi ci ha preceduto sono due auto belle, performanti, costruite ad hoc. Perfette, mentre noi ne avevamo la potenzialità ma non lo siamo stati altrettanto. Il terzo posto è comunque appagante; personalmente speravo di vincere perché questa gara è stata potenzialmente la mia ultima gara». Un dolce-amaro dovuto al fatto che si tratta pur sempre della massima competizione mondiale per auto solari.

L’avventura di Emilia 5.9 (e del suo team)

Dei tanti che hanno lavorato a Emilia 5.9, diciotto sono partiti per l’Australia. Partiti, in primis, per aspettare l’arrivo dell’auto, col fiato sospeso – è il crono-racconto fra messaggi e vocali – per il rischio concreto di aver fatto tanto lavoro e tanta strada senza poter percorrere i chilometri cruciali.
Nell’attesa, gli italiani – non gli unici, era iscritto alla gara anche un team siciliano che non è poi partito – si sono fatti compagnia fra italiani, ospiti d’onore della comunità italiana australiana che ha festeggiato un insolito ferragosto, per le tradizioni australiane, solo per i “nostri”. Racconti migranti e locali, gli aborigeni e la loro arte, gli animali nello zoo – poiché per le strade non se ne vedono di liberi, anche i più famosi canguri. Questo ha ascoltato e visto il team nell’attesa di Emilia. Poi l’arrivo, come di una sposa in ritardo, e l’avvio di tutto in fretta e furia. La voglia di vincere. I test statici e dinamici superati a pieni voti. La voglia di vincere.

La prima giornata di gara in testa a tutti, con gli occhi puntati addosso delle persone a bordo strada che guardavano passare quegli insoliti veicoli. La voglia di vincere. Poi il crack improvviso tra tronchi, sterpaglie bruciate e sabbia rossa. L’accampamento di fortuna nell’outback australiano, il deserto con più animali che possono uccidere un uomo, che però per fortuna non si incontrano facilmente. La notte sotto un cielo stellato mozzafiato. E poi la gara, in salita. Fino alla “salita” più difficile, il maltempo dell’inverno del sud, con 10-12 gradi, venti a 25 nodi, e pioggia per trecento chilometri. Perfino lo stop momentaneo per allerta tornado.

«Rispetto all’edizione precedente, l’organizzazione ha spostato la gara da fine ottobre a fine agosto, cioè in inverno, per far soffrire meno il caldo dell’estate al nord, dove in effetti abbiamo incontrato un clima caldo ma non troppo, una trentina di gradi, e soprattutto meno insetti che nelle precedenti edizioni sono stati un problema – precisa Malossi, via telefono -; per contro a sud abbiamo trovato l’inverno freddo, tanto da coprirci a strati con qualunque cosa dentro l’abitacolo di Emilia. L’Australia resta la gara più difficile e più bella e l’arrivo di quest’anno il più emozionante, con la paura vera, nel traffico di Adelaide negli ultimi chilometri, che la batteria ci abbandonasse a causa del consumo eccessivo per il vento contro durato tutta la tappa. Avercela fatta è davvero una vittoria».

Cosa racconta la storia

Con la loro partecipazione e le loro soluzioni tecniche e ingegneristiche, le auto che hanno corso la Bridgestone World Solar Challenge hanno contribuito a scrivere la storia della ricerca e dell’innovazione nell’ambito della mobilità green. Chilometri di deserto come passi verso il futuro. Percorsi con competenza e passione portate ai limiti della tecnologia e della resistenza umana per un domani più sostenibile. Già possibile.

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