Un percorso musicale lungo oltre mezzo secolo che conduce alla Bologna del conservatorio e dei suoi maestri. Parte dagli anni Settanta, quando il compositore Giacomo Manzoni, pur restando al conservatorio solo un lustro, seppe dare nuovo impulso a un ambiente già ricco di fermento, e arriva fino a oggi con un disco che ne raccoglie l’eredità. A realizzarlo è Andrea Orsi, chitarrista e compositore imolese, che con un doppio cd per l’etichetta Tactus racconta, con le corde della sua chitarra, le molte voci della cosiddetta “scuola bolognese”.

«È l’esito naturale della mia attività concertistica – spiega Orsi -. Sono sempre stato interessato ai nuovi linguaggi e ai compositori contemporanei. Anche con il mio ensemble ho sempre lavorato con la musica di oggi e quindi è stato quasi inevitabile, a un certo punto, dedicare un disco a questo repertorio».
Dai pezzi dei Beatles al conservatorio
La passione di Orsi per la chitarra nasce negli anni dell’adolescenza. «Avevo circa 12 anni, frequentavo le scuole medie e avevo un vicino di casa che suonava molto bene. Accompagnandosi con la chitarra cantava i pezzi dei Beatles, che amavo molto. Io cercavo di imitarlo, ma la mia voce non era bella come la sua. Con la chitarra, invece, me la cavavo bene. Così, dopo aver preso alcune lezioni da un insegnante privato, decisi di tentare l’ingresso al conservatorio di Bologna. Andò bene, ma non era scontato entrare: la chitarra era sempre molto richiesta».
Diplomatosi nel 1978 sotto la guida di Enrico Tagliavini, figura di spicco della chitarra scomparso pochi anni fa, Orsi prosegue la formazione tra perfezionamenti in Italia e all’estero. Poi arriva l’insegnamento nei conservatori: Foggia, Udine, poi Carpi e Modena, dove alcuni anni fa ha concluso la sua carriera da docente.
Il disco: un viaggio nella scuola bolognese
Anni di studio, insegnamento, ricerca hanno preparato Orsi a questo nuovo progetto, affrontato con la naturalezza di chi la chitarra la vive da sempre e con l’eleganza di chi, pur essendo anche compositore, ha scelto di non inserire proprie opere in un progetto pensato per valorizzare altri.
Il doppio cd da poco uscito per Tactus è un ritratto corale: da Giacomo Manzoni, 93 anni, capostipite e memoria storica, fino agli allievi e agli “allievi degli allievi”, come il giovanissimo Ferdinando Termini, classe 1992. «Sono tutti autori legati a Bologna, al conservatorio e alla vivacità che lo contraddistingue. È sempre stato un crocevia di culture diverse, nuove idee, numerosi stimoli. Negli anni Settanta, quando lo frequentavo come studente, c’era un grande fermento. Oggi ho ritrovato lo stesso entusiasmo e la stessa vivacità culturale. Ci sono ragazzi pieni di idee e voglia di sperimentare».
Il repertorio presentato nel disco è ampio e sfaccettato, dalle pagine di Manzoni a quelle di Gilberto Cappelli, Cesare Augusto Grandi, Chiara Benati, Cristina Landuzzi, fino alle suggestioni di Serena Teatini, Elena Cattini o Raffaele Sargenti. «Ho sempre cercato nei brani che vado a interpretare un contenuto umanistico, una volontà comunicativa. Non scelgo mai un autore che scriva solo per ricerca tecnica: deve esserci qualcosa in più, note che vogliono arrivare al cuore di qualcuno».

Andare oltre il primo ascolto
La musica contemporanea, però, non è sempre un approdo immediato per chi ascolta. «Non è come Mozart o Rossini. Io consiglio di mettere il disco nel lettore e abbandonarsi completamente. Con la consapevolezza che spesso non è musica da primo ascolto, forse neanche da secondo: bisogna insistere, avere la mente e il cuore aperti alle novità».
Il lavoro dell’interprete, in questo, è fondamentale. «Faccio diverse letture di un brano, prima analizzo quello che ho davanti, poi cerco di capire le atmosfere e le connessioni. Risuonando più volte, la musica comincia a parlarmi. Se un autore è intricato, la sua voce arriva dopo la seconda o terza lettura. Io cerco sempre di entrare in empatia col pezzo. È difficile che, dopo tanti ascolti, io non provi nulla».
Comprendere e entrare in empatia con un brano richiede tempo, attenzione e apertura. Lo stesso impegno serve anche per apprezzare appieno la chitarra, strumento spesso sottovalutato. «Per molti anni non è stata neppure considerata uno strumento “vero” come gli altri. Negli anni Settanta era vista come secondaria. E ancora oggi non ha l’allure del violino: non ha lo squillo, non ha la prepotenza per imporsi all’ascoltatore. È uno strumento che richiede atmosfere raccolte e meditative». Ma la storia è cambiata: «Nel Novecento e nel nuovo millennio sono stati scritti pezzi molto importanti. Ora abbiamo una letteratura che giustifica pienamente la nostra esistenza, non dobbiamo avere complessi di inferiorità, ma essere fieri del repertorio magnifico che, grazie ai vecchi maestri, possiamo suonare. Abbiamo una tradizione solida su cui contare».
Sono completamente d’accordo con Andrea sul fatto di ascoltare più volte un cd, anche in auto per esempio, senza pretese e senza eccessiva concentrazione e abbandonarsi alla musica, lasciare che avvenga una sorta di assorbimento per osmosi. Successivamente poi riascoltando anche dopo un po’ di tempo potrai concentrarti, analizzare, capire e apprezzare meglio. E lo dico ahimè da non musicista qual sono, da semplice ascoltatore
complimenti ad Andrea Orsi.Ascolterò con grande interesse questa nuova produzione.
Andrea amico mio, non vedo l’ora di ascoltare i tuoi CD, un grande lavoro che vede un’altro successo da Te raggiunto, ascolterò i CD chiudendo gli occhi, così sentirò e vedrò le tue dita sfiorare le corde, e per l’ennesima volta sentirò la magia di quel suono che come per Magia la Tua Chitarra mi regalerà.
Sei speciale.
Pigi
Bravissimo Andrea ti meriti tutto il successo che avrà questo lavoro. Un abbraccio Gianni