La violenza di genere non è un’emergenza occasionale, ma è una realtà quotidiana che richiede un impegno costante, competente e condiviso.
I dati nazionali lo confermano: dall’inizio dell’anno sono una settantina le donne uccise in Italia, vittime di femminicidio. La maggior parte di questi delitti è avvenuta in ambito familiare o affettivo, spesso per mano di partner o ex partner.
Secondo il «Dossier Viminale Ferragosto 2025», nel periodo gennaio-luglio 2025 sono stati emessi 7.571 ammonimenti, con un aumento del 70,6% rispetto allo stesso periodo del 2024.
I numeri dell’Ausl di Imola
Anche nel territorio imolese il fenomeno si conferma preoccupante. Tra gennaio 2024 e settembre 2025, il Pronto soccorso di Imola ha registrato 235 accessi da parte di donne vittime di violenza, con una media di oltre 11 casi al mese, pari a un accesso ogni tre giorni. Più di un quarto delle donne ha fatto accessi ripetuti, segno di una violenza reiterata e persistente. La maggioranza delle vittime, circa il 68%, è di nazionalità italiana, mentre il restante 32% proviene da altri Paesi.
Il Consultorio familiare, nell’anno 2024, ha avuto in carico 85 donne che hanno subito una qualche forma di violenza e, durante i primi nove mesi del 2025, le donne seguite dal servizio sono state 64, per un totale complessivo di 149 donne, con una media di oltre sette nuove prese in carico al mese. Questi dati confermano una tendenza costante registrata nel corso degli ultimi anni. Nove donne su dieci sono italiane e un quarto ha un’età compresa tra i 14 e i 26 anni. Questi dati confermano come la violenza di genere colpisca trasversalmente tutte le età e le provenienze, con una significativa incidenza anche tra le più giovani.
«Dietro ogni numero c’è una storia interrotta»
La prevenzione non può basarsi solo su strumenti di controllo, sottolineano dal Consultorio imolese: serve una rete capace di accogliere, ascoltare e intervenire con tempestività.
Come spiega la responsabile Anna Strazzari, «Dietro ogni numero c’è una storia interrotta, una vita spezzata, una rete di affetti distrutta. Troppo spesso ci sono segnali ignorati, richieste di aiuto non ascoltate. Il nostro compito è accogliere, ascoltare e accompagnare, senza giudizio. La paura, non la fragilità, è ciò che spesso impedisce alle donne di denunciare. I percorsi di uscita dalla violenza sono lunghi e complessi e richiedono una rete competente, empatica e coesa. Ogni donna ha diritto a vivere libera dalla paura».
Per questa ragione, prosegue Strazzari, «si è deciso di rafforzare gli interventi nelle scuole per educare a riconoscere i segnali della violenza e promuovere una cultura del rispetto e dell’empatia». Il Tavolo tecnico di contrasto al maltrattamento, coordinato dal Consultorio familiare, ha progettato degli incontri di prevenzione nelle scuole secondarie di secondo grado, condotti dagli operatori della rete composta da servizi socio-sanitari, centri antiviolenza e forze dell’ordine, con l’obiettivo di offrire agli studenti una rappresentazione reale della complessità del fenomeno e delle possibili azioni integrate di contrasto. L’educazione affettiva dei ragazzi è un compito imprescindibile.
Un altro elemento cardine è la formazione degli operatori che si occupano di contrasto alla violenza, al fine di prevenire la vittimizzazione secondaria, ovvero il rischio che le donne vengano colpevolizzate o non credute, fenomeno ancora troppo diffuso anche in ambiti istituzionali. Per questo, il Tavolo organizza moduli di formazione a edizione semestrale dedicati agli operatori di tutti i servizi sanitari.