L’operazione scattata questa mattina, giovedì 27 novembre, ha portato all’esecuzione di otto misure cautelari e rappresenta il punto di arrivo di un’indagine avviata nel dicembre 2022, quando all’Ufficio immigrazione di Bologna venne presentata una denuncia per truffa. Un uomo sosteneva di aver versato 200 euro a una società con sede a Imola, formalmente registrata come centro di assistenza fiscale (Caf), per ottenere nulla osta al lavoro stagionale destinati a cittadini stranieri, senza ricevere più alcun riscontro.
Da quella segnalazione è partita un’attività investigativa condotta dalla Squadra mobile di Bologna e dal Commissariato di Imola, con il supporto del reparto prevenzione crimine Emilia Romagna orientale. Gli accertamenti, proseguiti nei mesi successivi, si sono concentrati su una società con due sedi imolesi e ulteriori punti operativi a Massa Lombarda e ad Ancona, attiva in un’area che si estendeva tra Romagna e Marche.
Secondo quanto ricostruito, il gruppo avrebbe utilizzato la copertura del centro di assistenza fiscale per inoltrare centinaia di domande di nulla osta collegate al decreto flussi, molte delle quali basate su documenti falsi, datori di lavoro inesistenti o ignari, e generalità manipolate. Complessivamente sarebbero state individuate circa 500 richieste inviate a prefetture con un alto volume di pratiche, in particolare Bologna, Milano e Foggia. L’obiettivo era sfruttare le criticità del sistema e la procedura del silenzio-assenso, che considerava accolta la domanda trascorsi trenta giorni senza risposta.
Le somme pagate dagli stranieri variavano tra i 3mila e i 10mila euro, a seconda dei casi e talvolta per interi nuclei familiari. Molti richiedenti, provenienti soprattutto da Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Marocco e Tunisia, erano convinti di accedere legalmente al territorio italiano grazie a un presunto contratto stagionale, che però non esisteva né era stato richiesto ai datori di lavoro indicati.
L’indagine, coordinata dalla Procura della Repubblica e dalla Direzione distrettuale antimafia, si è sviluppata su piani differenti. Da un lato l’analisi amministrativa, svolta anche con la collaborazione della Prefettura di Bologna e degli uffici ispettivi dell’Inail; dall’altro intercettazioni e riprese video installate all’interno delle sedi della società. Le immagini e le telefonate documentavano incontri con scambi di denaro, la raccolta dei passaporti da utilizzare per le domande online, la divisione delle pratiche tra i membri dell’organizzazione e la creazione di contratti di lavoro e nulla osta falsi.
Secondo gli inquirenti, la presunta associazione era guidata da un uomo classe 1974 di origini abruzzesi con numerosi precedenti, affiancato dai due figli, da un socio e da un’amica di famiglia. Attorno al gruppo principale operava una rete di collaboratori, tra cui un imprenditore edile di Imola classe 1968 e un uomo indicato come procacciatore di clienti bengalesi.
Il giudice per le indagini preliminari ha disposto otto misure cautelari: custodia in carcere per il presunto capo, arresti domiciliari per cinque persone considerate figure apicali e obbligo di firma per ulteriori due. La procura ha iscritto in totale nel registro degli indagati 25 persone.