di Nicola De Vita
«Chi ha il piano b, alla fine si ritrova a fare quello» è una di quelle frasi che ti costringono a fare i conti con la vita in tutte le sue sfaccettature e non è un caso che sia stata pronunciata proprio da un regista che ha indagato la vita in maniera eterogenea, alternando volentieri toni leggeri e drammatici: Pupi Avati.
Nei film del regista bolognese, infatti, c’è sempre un riflesso della sua storia e tutti quei frammenti di vita vissuta o semplicemente pensata che hanno reso possibile capolavori come Dante, La casa delle finestre che ridono e Regalo di Natale. Frammenti che sono stati raccontati nel documentario Pupi Avati. Che cinema la vita! (in onda venerdì 19 dicembre su Rai3 alle ore 21.25) dal regista e produttore imolese, fondatore di Lab Film, Mauro Bartoli, e dal collega regista Lorenzo K. Stanzani. I quali non solo hanno ripercorso la vita dell’87enne Pupi Avati ma hanno raccontato un universo creativo unico dove memoria personale e immaginario cinematografico si sono intrecciati in un viaggio poetico e inquieto, romantico e struggente.
Il racconto di sé stesso dietro la cinepresa

«Pupi Avati è un maestro – racconta Bartoli -. Ha ideato generi diversi, ha sperimentato tante possibilità nei suoi oltre 50 film. Ma a prescindere dai numeri, comunque impressionanti, è la qualità delle sue opere a colpire: capolavori nei quali ha raccontato non solo un’Italia poco valorizzata ma sé stesso. Come ogni grande artista, Pupi Avati ha infatti permesso al pubblico di conoscerlo proprio grazie ai suoi film, e ancora oggi è forte il suo impegno nel mantenere un rapporto autentico e vivo con il pubblico».
Pupi Avati. Che cinema la vita!, spiega Bartoli, è un progetto cinematografico che segue il regista bolognese sul set mentre dirige attori e attrici, durante i festival e le anteprime o ad incontri pubblici in cui vengono condivisi aneddoti e curiosità.

Come un regista racconta un altro regista
Ma quali sfide deve affrontare un regista che racconta un altro regista?
Mauro Bartoli, regista e produttore cinematografico imolese, già autore di numerosi documentari (Il Mondo in Camera – Mario Fantin il Cineasta dell’Avventura; Narratore dell’avvenire. Un film su Giovanni Pascoli poeta; Il sole tramonta alle spalle sulla figura di Sergio Zavoli e il recente Tacchi e Tacchetti su calcio femminile e stereotipi), riconosce che «La prima grande sfida affrontata è stata proprio quella di raccontare la persona prima del regista. Pupi Avati è un uomo che ha inventato il gotico padano, ha sperimentato come pochi e cercare di raccontare una composizione così ricca dove appunto l’uomo e il regista si incontrano e confondono idealmente tra realtà e fantasia non è stato facile».

«Un’altra difficoltà – riconosce sempre Bartoli – è stata quella di riuscire a seguirlo: Pupi Avati è un uomo disponibile e poter osservare da vicino la sua vita è stato come realizzare un sogno! La sua vitalità è un esempio e nonostante gli 87 anni lavora tantissimo. Di fatto, non rifiuta mai di partecipare a un’iniziativa, è instancabile ma questo, beninteso, comporta un impegno pratico non indifferente».
«Ricordo – continua Bartoli – quando fui invitato a seguirlo in Giappone per una presentazione del film Dante. In quell’occasione dovetti declinare l’invito per ragioni di natura organizzativa ma i fratelli Avati partirono comunque e dopo tre soli giorni fecero ritorno».
«L’esempio che abbiamo potuto trarne è impagabile, come dirompente e non minore, dopo aver lavorato con lui, è la voglia di tornare a rivedere i suoi film: film nei quali sono state messe a nudo le nostre debolezze in maniera sincera e spontanea».
Antonio Avati, il fratello
A raccontare Pupi Avati nel documentario ci sono però come anticipato persone a lui molto vicine, una di queste è il fratello Antonio. Quale ruolo ha avuto Antonio Avati nella realizzazione delle opere di Pupi?
«I fratelli Avati – afferma Bartoli – hanno creato un sodalizio unico e altrettanto esemplare, una collaborazione artistica e altresì pratica che consente di ideare, realizzare, produrre e infine distribuire i film in autonomia. Il processo in oggetto comporta dei rischi, certo, ma oltre a permettere una libertà espressiva che mi auguro possa essere colta dal pubblico, racconta molto bene chi sono i fratelli Avati: uomini coraggiosi, impegnati e presenti i quali, forse non a caso, potrebbero in effetti essere raccontati molto bene proprio tenendo a mente la frase del regista «Chi ha il piano b, alla fine si ritrova a fare quello».
