di Giacomo Pozzi
L’isolamento non è solo fisico: è solitudine, alienazione, perdita di contatto con la realtà. Comunicare con il carcere è difficile, ci sono tante regole e leggi rigide, in continuo cambiamento. Richiede pazienza e continuità, ma è fondamentale. Per questa ragione, uno degli obiettivi centrali del progetto Pro.Digi è stato quello di far sapere a chi sta in carcere che cosa c’è fuori, in una società che cambia rapidamente.
Cos’è Pro.Digi
Pro.Digi rappresenta una prima esperienza in Italia di formazione digitale in carcere: un progetto che, pur non essendo originariamente pensato per entrare nei penitenziari, ha saputo adattarsi al contesto carcerario, trasformando vincoli e ostacoli in opportunità concrete.
In tutte le strutture coinvolte sono stati realizzati laboratori informatici dotati di pc e stazioni di ricarica, che hanno permesso ai corsisti di seguire gratuitamente le tre fasi del progetto: riallineamento delle competenze (corsi di lingua italiana e pre-alfabetizzazione digitale), formazione digitale con cicli di accompagnamento orientativo e supporto all’inserimento lavorativo, in collaborazione con gli enti partner.
Il percorso ha richiesto costanza, capacità di dialogo tra mondi spesso distanti e la creazione di una comunità all’interno e all’esterno del carcere.

Pro.Digi si è svolto in 12 edizioni, distribuite in 7 sedi tra Bologna, Parma, Fidenza, Ferrara, Reggio Emilia e Castelfranco Emilia, coinvolgendo 128 persone, di cui 27 donne e 101 uomini, con 75 partecipanti che hanno completato con successo il percorso. Rivolto a persone in esecuzione penale o sottoposte a misure di comunità, il progetto è stato selezionato e sostenuto dal Fondo per la Repubblica digitale – Impresa sociale e promosso da Aeca (capofila), Cefal Emilia-Romagna e Ciofs Fp Emilia-Romagna Ets.
I risultati del progetto
I risultati del progetto sono stati presentati a Bologna giovedì 18 dicembre durante l’incontro “Formazione digitale in carcere: un’opportunità di riscatto sociale”, ospitato negli spazi dell’Associazione Baumhaus, realtà culturale impegnata sui temi dell’inclusione e della giustizia sociale. All’evento hanno partecipato enti formativi, rappresentanti istituzionali e operatori del settore, a testimonianza di una rete che ha reso possibile il percorso.
«Ora capisco che posso ripartire». È la frase di un detenuto presente all’evento conclusivo del progetto, che restituisce il senso profondo di questa esperienza: non solo formazione digitale, ma possibilità concreta di riscatto personale e sociale.
Partendo dal presupposto che i laboratori vanno aperti, ma vanno anche vissuti, il percorso formativo di Pro.Digi ha previsto 165 ore di attività, che secondo i partecipanti non sono state abbastanza: molti hanno dichiarato che è stato un dispiacere vederlo terminare. Quindi i laboratori non sono stati solo aperti, ma abitati: non semplici lezioni tecniche, ma spazi di relazione, confronto e crescita condivisa.
«Fare informazione sul carcere significa ricordare che è un luogo dove vivono persone, con bisogni ed emozioni proprio come noi. Hanno sbagliato nella vita, sì, anche qui come tutti, e ne stanno pagando le conseguenze più di altri. Con il “fuori” ci sarà bisogno di lavorare perché è un mondo che cambia più veloce di quello che vivono dentro, dove le notizie sul carcere sono presentate in modo sensazionalistico, altrimenti non se ne parla», sottolinea Antonella Cortese, responsabile coordinamento e redazione Liberi dentro Eduradio&Tv.
Il carcere e le competenze digitali

In questo senso, il carcere viene visto come parte integrante della città. A Bologna si parla spesso del carcere come del “settimo quartiere”: un luogo che va pensato e vissuto da quartiere facendo comunità, da collegare al resto del territorio attraverso ponti reali e simbolici per dare un senso di realtà.
In Italia oltre il 54% della popolazione tra i 16 e i 74 anni non possiede competenze digitali di base, un dato superiore alla media europea. «La rapida diffusione di nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, ha accentuato il divario tra le competenze possedute e quelle richieste dal mercato del lavoro, colpendo soprattutto i soggetti più fragili», sottolinea Martina Lascialfari, direttrice generale del Fondo per la Repubblica digitale.
È in questo contesto che nasce il Fondo e prende forma Pro.Digi, selezionato nell’ambito del bando Prospettive per accompagnare lo sviluppo delle competenze digitali di persone disoccupate, inattive e in esecuzione penale, con l’obiettivo di fare del digitale una reale leva di inclusione, senza lasciare indietro nessuno.
Siamo dentro a una fase storica permeata da tecnologie digitali, mondi a distanza e dati analizzati da intelligenze artificiali. Ma siamo qui, anche se in contesti diversi, nella stessa cultura. In passato non si era cittadini senza saper leggere e scrivere. Per cui, oggi il rischio di esclusione passa anche dalla mancanza di competenze digitali. Pro.Digi ha lavorato per formare persone capaci di stare dentro questa trasformazione, non solo come lavoratori, ma come cittadini. Ha legato l’esperienza didattica alle esigenze del mercato del lavoro, ponendo il carcere anche come spazio in cui sviluppare competenze utili nel “dopo”. Ma il valore del progetto è andato oltre l’apprendimento tecnico. Il digitale, in questo percorso, ha aiutato soprattutto a capirsi meglio e a credere nelle proprie potenzialità.
Grande attenzione è stata data anche alle soft skills dei partecipanti: la capacità di relazionarsi, lavorare in gruppo e costruire un’intelligenza collettiva.
La tecnologia è un’onda: o travolge, o si impara a cavalcarla insieme.
Le testimonianze

Vi riporto alcune frasi dai presenti all’evento conclusivo di Pro.Digi.
Luca, 41 anni, oggi in affidamento presso Casa Lodesana per un percorso di reinserimento, racconta: «Mi sentivo una persona inutile, una persona con dei disagi. Grazie al corso ho ricreduto in me stesso, ho capito che posso tornare a fare qualcosa di buono nella vita. Che qualcuno abbia creduto ancora in me è stato fondamentale. Senza questo, non ce l’avrei fatta».
Michael, appena uscito dal carcere ed entrato in comunità, aggiunge: «Ero scettico. Pensavo di sapere tutto, con presunzione. Mi sbagliavo. Ho avuto tanto da imparare. La cosa bella di questo corso è stata l’unione che si è creata tra persone diverse, con competenze diverse. Mi ha risollevato il morale e mi ha aiutato a trovare un lavoro. Oltre al corso, si è creato un legame con i docenti che continua tutt’ora».
Anche dal punto di vista degli operatori emergono segnali concreti. Massimo Sabasco, direttore di Casa Lodesana, racconta un episodio significativo: «In una carrozzeria hanno messo una targa con il nome del detenuto che è intervenuto per primo durante un principio di incendio, domandolo e fermandolo».
Nel corso dell’incontro finale è emersa anche una riflessione più ampia sul senso della pena. Il carcere è un luogo spesso durissimo, per chi lo vive e per chi vi opera. Da qui l’importanza di rafforzare il rapporto con il territorio, il dialogo, la fiducia e l’elemento comunitario. La comunità è una delle condizioni che permette l’efficacia dei percorsi, soprattutto per i percorsi di reinserimento: rende il cambiamento più concreto, più potente, più duraturo.
Ma il carcere, in qualche modo, è già una comunità, seppur spesso mal funzionante. L’obiettivo è allora creare comunità anche fuori, collegare i mondi, riconoscere che, pur vivendo in contesti diversi, siamo immersi nella stessa cultura.
Come sottolinea Giacomo Sarti di Cefal, coordinatore dell’equipe multiprofessionale del progetto: «Il generale apprezzamento che abbiamo riscontrato per Pro.Digi, nelle carceri e fuori da esse, ci fa capire come vi sia un gran bisogno di fornire alle persone che vivono in una situazione di fragilità e di emarginazione i necessari strumenti per affrontare con maggiore sicurezza le sfide del lavoro e, più in generale, della vita. Pro.Digi ha svolto un ruolo sociale importantissimo, e auspichiamo che possa diventare un modello formativo da imitare e da replicare in tutte le carceri italiane, e anche al di fuori di esse».
L’esperienza di Pro.Digi dimostra come la formazione, se accompagnata da relazioni, fiducia e comunità, possa diventare una leva concreta di riscatto sociale. Un percorso che non si esaurisce nelle ore di lezione, ma che continua nelle storie delle persone che, grazie a quell’esperienza, oggi possono dire di aver ricominciato.
Per maggiori informazioni:
fondorepubblicadigitale.it
Comunità terapeutica – Lodesana Lab: https://www.lodesanalab.it/index.php/comunita-terapeutica/
Associazione Baumhouse: https://baumhaus.bo.it/