Come si viveva un tempo e come si può vivere oggi in un borgo abbandonato

di Milena Monti

Come si chiamano gli abitanti di Brento Sanico, paese abbandonato ma oggi in rinascita nel cuore della valle del Santerno, ce lo dice una delle ultime persone ad averci abitato tra il 1944 e il 1958: «brentani», risponde Carla Calamini con un delicato ma presente accento toscano. Accanto a lei, nella saletta del bar La Botteghina di San Pellegrino, c’è Marcello Colangeli, nuovo brentano trasferitosi per qualche mese nel paese che sta tornando a nuova vita grazie al lavoro e alla passione di un gruppo informale di persone che chiamiamo “amici di Brento” – fra i più attivi vi sono certamente Anna Boschi e don Antonio Samorì. QUI abbiamo raccontato la storia del borgo e del suo recupero

Da sinistra: Marcello Colangeli, nuovo brentano trasferitosi per qualche mese nel paese, Carla Calamini e Anna Boschi, del gruppo “amici di Brento”.

Com’era la via a Brento Sanico

«La vita a Brento era scarsa – racconta Carla, 86 anni ma memoria lucida, che ha vissuto a Brento Sanico da bambina per 14 anni -. Non c’era niente, manco le scarpe c’avevamo. Per fortuna il mi nonno faceva il calzolaio e ci aggiustava gli zoccoli. Il bucato lo si faceva una volta al mese, portando i panni a un chilometro da casa con le ceste sulla ciuca. Ci siamo trasferiti a Brento nel 1944, sfollati per una rappresaglia di tedeschi e partigiani: i tedeschi avevano ucciso il mi babbo, mugnaio, e dato fuoco alla casa buttando fuori mamma e quattro figli, io avevo sei anni, più il nonno e due sorelle del babbo. Ci siamo spostati a Brento accolti da una famiglia. Allora a Brento ci vivevano sei famiglie, 80 persone perché le famiglie l’erano numerose! Dopo il passaggio del fronte non c’era più niente da campare, i campi erano rovinati e non ci si coltivava più molto, anche perché mica eravamo contadini, c’era la mezzarìa e chi lavorava i campi poteva tenere per sé solo la metà. Un poco alla volta le persone avevano già iniziato ad andarsene da Brento. Noi a casa si faceva la sfoglia senza uova perché dovevi venderle. Andavamo a lumache per venderle, a ginepri per venderli. Una buona risorsa erano le castagne con le quali si faceva la farina per la polenta per colazione tutto l’anno. Eppure si stava tranquilli, più tranquilli di oggi che il troppo stroppia. A Brento si canticchiava nonostante tutto, mio nonno canticchiava sempre nonostante l’avesse perso tre figli in disgrazie. Si cantava e si passava il tempo facendo giochi intorno al fuoco, a ballare nell’unica cassa che aveva il grammofono. L’inverno l’era freddo a Brento, quegli inverni oggi non si vedono più. Pure la legna l’era preziosa perché non si poteva far legna dappertutto. Quando buferava la neve attraversava il camino e le finestre e nevicava anche sul letto. Un metro di neve e più era regolare. Ricordo una nevicata grande che gli uomini dovevano fare le rotte nella neve per muoversi da una casa all’altra e io piccoletta fra quei muri di neve vedevo solo il cielo. Questa è stata la mia vita a Brento».

Com’è la vita a Brento Sanico

Marcello ha 47 anni, è di origini abruzzesi ed è approdato a Brento dopo una vita in giro per il mondo, e a Brento ha vissuto da luglio a dicembre. Sta lasciando Brento in questi giorni, e non per la paura dell’inverno.
«Sono interessato al recupero dei sistemi antichi di fare le cose, all’autoproduzione e all’autosostentamento: il mio obiettivo è imparare a vivere come una volta, producendo frutta, verdura, carne (piccioni, galline, oche), uova e formaggio e con queste comprare quello che non posso produrre, come la farina per fare il pane. Mi sono avvicinato al recupero del borgo per ammirazione del progetto e anche per testare la mia idea di recuperare l’antica maniera di vivere, la semplicità di una volta, applicate al mondo moderno e all’uomo moderno. Viaggiando, soprattutto in Africa, luogo di ispirazione e consapevolezza, ho capito cosa volevo: uscire dal sistema moderno per vivere più in contatto con la natura e con la natura delle cose. Credo che il sistema economico sia una invenzione negativa, credo che la comodità non sia felicità. Ho scoperto Brento con una ricerca su internet, ho contattato Anna e conosciuto don Antonio. Andando in visita a Brento ho capito fin da subito, in quell’ora di cammino che serve per raggiungere il paese, che poteva essere un luogo giusto per me. Così a luglio ho fatto fagotto delle mie cose e sono venuto insieme alle prime otto galline, vivendo di quello che coltivavo, raccoglievo, producevo. Di Brento porterò sempre con me il contatto e la convivenza con la natura, le piccole cose come il silenzio rotto solo dai versi degli animali selvatici e il cielo stellato come altrove non si vede».

Brento Sanico, oggi

Oggi Brento conta sei case, due fienili e la chiesa con la canonica più alcuni ruderi immersi nella vegetazione. Le case e un fienile sono di proprietà di don Antonio Samorì, acquistate all’asta con l’intenzione di ridare vita al paese dimenticato (ma non da tutti evidentemente). Una delle case è già stata recuperata grazie al lavoro degli amici di Brento, esternamente è rigenerata mentre internamente il lavoro è in corso una stanza alla volta. È lì che ha vissuto Marcello ed è lì che Anna e don Antonio stanno progettando uno spazio dove accogliere viandanti e viaggiatori, come scout e camminatori, permettendo l’accoglienza nella casa ristrutturata o in uno spazio esterno per le tende.

Ma dove si trova Brento Sanico? Per raggiungere il borgo si lascia l’auto alla piazzola Brento lungo la Montanara poi si prende un sentiero panoramico rivalorizzato dai volontari che passa anche vicino a un mulino. Luogo noto per le cave di pietra serena, come del resto il capoluogo Firenzuola, Brento Sanico è stato storicamente importante perché si trovava sull’unica strada che collegava la Romagna con la Toscana. Fino a che il progresso non ha cambiato le cose.

«Mai come in questo triste momento storico il recupero del borgo di Brento Sanico assume tutta la sua importanza e il suo valore – commenta Anna Boschi -. Abbiamo abbandonato luoghi meravigliosi come Brento dove regnava la serenità, gli spazi erano infiniti, l’aria pulita, le stagioni palpabili, la famiglia unita, dove ci si dava tanto da fare e alla sera si era stanchi ma felici e si fischiettava, abbiamo messo da parte tutto questo in cambio di piccole case e una vita stressata dalla catena di montaggio che alla sera non ci fa neanche più venire la voglia di parlare. Non è troppo tardi per tornare un po’ indietro, per questo recuperiamo Brento Sanico, che amiamo per quello che era e che può essere».

© Riproduzione riservata

2 commenti su “Come si viveva un tempo e come si può vivere oggi in un borgo abbandonato

  1. Grazie Lavinia, nonostante che le cose a Brento siano un po cambiate, rispetto a quando è stata fatta l’intervista, infatti Marcello non c’è più ma è rimasto Marco, anche lui amante di questi luoghi dove regna pace e silenzio. Larticolo è veritiero e coinvolgente. Non ci fermeremo, porteremo avanti il progetto così come lo avevamo pensato e approvato dalle istituzioni. Non vogliamo abbandonare la speranza che un giorno qualcuno con possibilità e desiderio di salvare questo luogo dove affondano le nostre radici e dove si tocca con mano secoli di storia, ci possa dare una mano per far sì che questo Borgo non venga sepolto sotto le pietre e scompaia per sempre. Grazie a tutti quelli che fino ad ora hanno donato il loro tempo e a quelli che ancora lo stanno donando. Brento vi aspetta e l’accoglienza è garantita!!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Anche su desktop, la tua esperienza sempre a portata di click!