“Totò e Vicé”, ovvero Stefano Randisi ed Enzo Vetrano. Visti dal palco

di Andrea Bacchilega

Totò è Vicé, Vicé è Totò.
Totò e Vicé sono amici che si aspettano, si ascoltano, si rispondono.
Possiamo pensarli fanciulli meravigliati o vecchi sciocchi, ma la loro confidenza con la morte non è né degli uni né degli altri.
Riescono a stare tra i morti, eppure li spaventa morire, ma cosa temono della morte? Che questa li possa separare per sempre, ma, oltre a ciò, ne temono ben poco.
Interrogarsi sulla morte, sul cielo, o su quanto c’è di più piccolo è per loro la normalità; riflettono con semplicità su tutte le cose del mondo, senza l’ansia della risposta e della comprensione; il loro è un mondo infinito, dalle tombe alle stelle, dalla nascita, alla morte, agli angeli.
La loro fiducia è sorprendente, tanto che, per fare uno dei tanti possibili esempi, Vicé tenta di imparare a parlare come gli animali per poi poter insegnare a questi a parlare come gli uomini.

Durante questa settimana che volge al termine, Stefano Randisi ed Enzo Vetrano sono impegnati nel teatro della propria città, Imola, con questa pièce, che da oltre 10 anni hanno in repertorio. Su un palcoscenico buio, all’interno di un perimetro di luci tremolanti, Totò e Vicé, queste due figure spirituali, prendono corpo e voce, ed è grazie all’arte di Randisi e Vetrano di essere Totò e Vicé che lo spettatore ha la possibilità di avvicinarsi a questo mondo liminare.

I due attori dimostrano la capacità, la sensibilità, il mestiere di rendere la complessità e la alterità di questi personaggi, di questo teatro, che espone al rischio di collassare in una rappresentazione inconsistente; è inevitabile e dovuto far presente che Stefano Randisi ed Enzo Vetrano sono stati scelti da Theodoros Terzopoulos, un gigante del mondo teatrale, per i ruoli di Estragon e Vladimir, protagonisti di Aspettando Godot di Samuel Beckett, opera emblematica del teatro dell’assurdo.
È altresì necessario rimarcare la preziosità del lavoro di Stefano Randisi ed Enzo Vetrano, della ricerca dell’arte nei percorsi più scomodi e meno illuminati.

Totò e Vicé è di Franco Scaldati, autore, attore (e tanto altro) palermitano, morto nel 2013, la cui opera continua a interessare e a ispirare molti e importanti artisti e studiosi, uniti nell’impegno per tutelarla e valorizzarla.
Scaldati definisce il teatro come «un giardino incantato in cui non si muore mai»; il suo giardino ha parte delle radici nell’Albergheria, quartiere popolare di Palermo in cui ha trascorso la sua vita.
È un’opera con cui non è facile confrontarsi, sia per la lingua, quella dell’Albergheria appunto, di cui si rischia di perdere la forza evocativa nelle traduzioni necessarie per la fruizione, che per i temi e la struttura, di cui Totò e Vicé ne è esempio, con figure erranti che non si muovono lungo un filo logico spostandosi in dimensioni di confine.

Totò è Vicé, Vicé è Totò. Ovvero Stefano Randisi ed Enzo Vetrano, e viceversa. [Foto di Tommaso La Pera]

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