di Federico Spagnoli
Nonostante l’alta quota e la scomodità della magione, non vi era folletto che non prendesse parte alle feste organizzate dall’Elfo delle Alpi.
Costui aveva costruito la propria casa sulla sporgenza di una montagna e viveva sgranocchiando pietre e giocando a soffiare valanghe giù dai pendii. Gli piaceva anche ricoprirsi di neve fino alla punta del naso, che emergeva dalla coltre bianca come un boccaglio rosa e appuntito.
Alzava il braccio roccioso all’indirizzo di falchi e aquile, ma nessun rapace si posava mai sul suo polso; sussurrava alle volpi, alle lepri, ai cerbiatti, standosene immobile per non spaventarli, ma questi non rispondevano. Si sentiva quindi molto solo, l’Elfo delle Alpi, e dunque da un secolo o due aveva iniziato a organizzare delle feste per ritrovarsi in compagnia dei suoi amici.
Aveva imparato a sfruttare il volo delle rondini, che d’inverno si dirigono a sud, per consegnare gli inviti alla sua famiglia allargata: dalle zampe dei pennuti pendevano ninnoli creati con stelle alpine intrecciate, il che stava a significare che di lì a poco si sarebbe tenuto l’evento.
A ricevere puntualmente l’invito, ogni anno, vi era l’Elfo della Pianura, campione della penisola nei 200 dorso nella nebbia; le due Elfe delle Colline, che si divertivano a fare il solletico ai piedi dell’Elfo Appennino e giocavano a biglie con gli acini d’uva; i sei Elfi dei Mari, che acchiappavano le rondini saltando fuori dai frangenti e insistevano con la gemella, l’Elfa della Pioggia, affinché li portasse in spalla fin lassù, alle montagne; non potevano inoltre mancare l’Elfo Vulcano, che tuttavia non si era presentato gli ultimi due appuntamenti perché addormentato in un sonno profondo, e l’Elfa della Brezza, che risaliva la penisola accarezzando le chiome degli alberi sotto di sé.
Bisogna sapere che le sedute, nel salotto dell’Elfo delle Alpi, non erano particolarmente comode: lastre di pietra dure e fredde come la guancia di un titano, stalagmiti affilate che emergevano dal suolo, oppure tronchi di pini sradicati per l’occorrenza, e che soltanto l’Elfo Appennino digeriva i ciottoli che il padrone di casa offriva agli ospiti come stuzzichini; per questo motivo ognuno degli invitati portava sempre con sé qualcosa da sgranocchiare, come ad esempio le chips di magma dell’Elfo Vulcano, i salatini alle conchiglie degli Elfi dei Mari, i tramezzini farciti d’arcobaleno dell’Elfa della Pioggia o i biscotti alla granella di foschia dell’Elfo della Pianura.
Quest’ultimo era un tipo schivo e introverso, ed essendo abituato alle dolci curve delle piane erbose provava un senso di vertigine ogni qualvolta si recasse a una di queste feste. O, perlomeno, questa era la scusa con cui giustificava la tacita indisposizione che lo colpiva raggiunto il gruppo di amici. La verità è che il nostro Elfo della Pianura era profondamente innamorato dell’Elfa della Brezza, e quando i due s’incontravano lo stomaco di lui prendeva immancabilmente a sfarfallare.
Confessava a sé stesso di sentirsi in difetto dinanzi alla signorina ventosa: lei era così leggera, così soave e sempre limpida, mentre lui per gran parte dell’anno grondava umidità, rigettava la luce e vagabondava a mani giunte dietro la schiena dentro il suo mare di bruma.
Accadde, un giorno, che il nostro amico della Pianura trovò il coraggio di riferire il tutto all’Elfa della Pioggia, la quale, dopo un’iniziale sorpresa, da buon’amica si decise ad aiutarlo. Gli consigliò di portarle un gioiello come dono e suggerì di utilizzare le sferette di ghiaccio che l’Elfo delle Alpi lasciava a tutti come ricordo al termine delle feste invernali.
Ma le sue l’Elfo della Pianura le aveva donate agli Elfi dei Mari, che amavano i grandi iceberg e ancora di più quelli piccoli; quelle dell’Elfo Appennino e delle Elfe delle Colline erano state usate come munizioni in un’inutile scaramuccia, e quelle dell’Elfo Vulcano, distratto com’era, si erano sciolte nella lava. Allora l’amica della Pioggia decise di prestargli le sue e chiamò a sé una torma di cumulonembi e gli disse di salirvi sopra fino al termine dell’estate. Lì si sarebbe potuto sedere in tutta comodità a preparare il gioiello, una bellissima collana con perle di ghiaccio. Avrebbe avuto tempo fino a ottobre, quando si sarebbe tenuta la grande festa autunnale, a cui l’Elfa della Brezza avrebbe certamente preso parte.
Ma quando si è innamorati, si sa, il tremolio non si limita soltanto al nostro cuore e alle nostre idee; i più timidi, i più insicuri, come il nostro amico della Pianura, tremano anche dalle mani, e le dita perdono la loro rigidità e si trasformano in vermicelli incapaci di stringere. Ecco perché ogni anno da aprile a ottobre la collana dell’Elfo si rompe, perde le sue sferette di ghiaccio e queste piovono a centinaia di migliaia dai cumulonembi sopra la Pianura.
Lui si vergogna a presentarsi a mani vuote dall’Elfa della Brezza e lei, avendo forse capito il tutto, per allegro dispetto o provocante invito si rifiuta di soffiar via la nebbia dalla piana grigia e desolata. Non si sa se il nostro Elfo della Pianura riuscirà a completare la sua collana entro il nostro secolo; quel che si può prevedere, però, è che l’Elfo delle Alpi possa insospettirsi della perenne assenza alle sue feste e finisca, perché no, lui che di ghiaccio se ne intende, per accorrere in suo aiuto…