Sugli scout Agesci, senza pregiudizi

di Caterina Cantelli e Arianna Mastroiacovo

Quando si parla di scout vengono subito alla mente tre parole: montagne, insetti e biscotti. Riduttivo e, come vedremo, frutto di un pregiudizio.
Questo articolo è stato scritto proprio per aiutare a superare gli ostacoli che impediscono di interessarsi e comprendere appieno la nostra associazione. Questo scritto ha dunque l’obiettivo di far conoscere a voi “non scout” alcune delle attività che svolgiamo e la nostra passione per la comunità scoutistica.
Prima di iniziare, una avvertenza: le informazioni che seguono si riferiscono alla nostra personale esperienza dello scoutismo (italiano e cattolico) di ragazze del gruppo scout Imola 1.
E ora… partiamo dal principio.

Parlando di “noiosa” accademia

L’idea alla base dello scoutismo è un’intuizione di Robert Baden-Powell, un generale inglese, che durante la battaglia di Mafeking, in Sudafrica, scoprì, con grande sorpresa per la pedagogia del tempo, che i ragazzi, se investiti di autorità e fiducia, erano in grado di assumersi delle responsabilità grandi quanto proteggere un’intera città dall’assedio. Riuscita con successo l’impresa (per ben 217 giorni), Baden-Powell tornò in Inghilterra e nel 1907 organizzò il primo campo scout. A questa data viene così fatta risalire la fondazione ufficiale del movimento scoutistico.

Oggi il percorso scout va dagli 8 ai 21 anni, dividendosi in 3 fasi: i Lupetti (8-12 anni), il Reparto (12-16 anni) e la Branca Rover e Scolte, cioè Noviziato e Clan (16-21). Noi parleremo soprattutto di quest’ultima branca dato che vi apparteniamo.
Sono anni caratterizzati dall’introspezione, dallo sviluppo della socialità e, ultimo ma non per importanza, del servizio, un’attività che illustreremo nel dettaglio qualche paragrafo più avanti.
Ma cos’è davvero per noi lo scoutismo? E come lo vivono veramente i ragazzi? Risponderemo come possiamo ad alcune delle domande più frequenti che vengono poste a chi fa parte di questo mondo, smontando i falsi miti più diffusi.

“Boy scout” a chi!?

È banale specificare che il mondo scout non appartiene solo ai ragazzi, bensì una gran parte del movimento è oggi costituito da giovani donne con voglia di mettersi in gioco in tutto e per tutto nella comunità. Non c’è differenza, né selezione, per coloro che desiderano intraprendere l’avventuroso percorso che è lo scoutismo.
Mentre altre in altri Paesi le attività maschili e femminili vengono separate, in Italia non c’è distinzione: tutti sono incoraggiati a sviluppare le stesse qualità e le medesime abilità pratiche.
Allora per quale motivo si pensa agli scout come a un’attività prevalentemente maschile? La risposta è semplice: i primi scout erano giovani destinati ad un futuro militare, cosa che escludeva una qualsiasi presenza femminile. Inizialmente l’associazione era in effetti caratterizzata dalla sola componente maschile. Ciononostante, nel 1909 Baden-Powell e sua sorella Agnes notarono un interesse crescente da parte delle ragazze inglesi e questo li incoraggiò ad affiancare le cosiddette “Girl Guides” ai già formati “Boy Scouts” e oggi i due movimenti, almeno nell’Agesci, sono indissolubilmente uniti.

«Cantare è pregare due volte»

Nonostante la frase sia attribuita a sant’Agostino, è ormai diventato anche un nostro “mantra”. In fondo, l’articolo 8 della legge scout recita: «sorridono e cantano anche nelle difficoltà», ad indicare quanto il canto sia e debba essere un punto essenziale del nostro percorso.
Quando si dice “scout”, tanti giovani “arricciano il naso” per via della connotazione religiosa che caratterizza un’associazione apertamente cattolica come è l’Agesci. In verità gli scout hanno un modo tutto loro di vivere la fede: non si tratta di liturgie ogni giorno del campo o interminabili seminari, quanto piuttosto di cercare una fede impegnata, viva, un’esperienza tangibile e raccontabile. La fede viene vissuta nel servizio, nell’eco dei canti tra le montagne, e sì, in fondo anche nelle messe di fine campo, dopo giorni pieni di gioia per cui ringraziare. Preferiamo il canto alla preghiera perché cantare è un modo unico di convogliare le emozioni umane e, per quanto sembri futile, accoglie e annuncia molto più efficacemente di una monotona preghiera. Nel proprio percorso ognuno deve trovare la fede nel modo che gli è più adatto, e quello che può fare il gruppo è aiutarlo nella ricerca mostrando le diverse vie in cui la religione può presentarsi.

«Chi vi fa fare tutto questo volontariato?»

Prima di tutto, ci sentiamo in dovere di dirvi che il volontariato di cui parlate da noi è definito come “servizio”. Ma che differenza c’è?
Innanzitutto “servire” implica un vero e proprio mettersi a servizio, profondamente e senza riserve, degli altri. La differenza sta nel modo in cui queste esperienze vengono vissute nella propria singolarità. Anche un’esperienza di volontariato può diventare un servizio, ma solo se la persona che presta volontariato lascia che l’attività che svolge giunga in profondità e cambi la sua visione del mondo circostante.

Il servizio è uno dei tre punti cardine su cui si sviluppa l’ultimo tratto di strada nel percorso dello scoutismo, insieme a fede e impegno politico. Le associazioni di volontariato della zona segnalano i loro bisogni ai gruppi scout e i capi assegnano a ciascun ragazzo una di questi servizi da svolgere un giorno al mese, alla settimana o anche con una frequenza maggiore.
Servizio, però, non è solamente “fare del bene per gli altri”, bensì è una via fondamentale con cui lo scoutismo forma i propri giovani. Ogni servizio è scelto in maniera il più possibile su misura per ciascun ragazzo, cucito per assolvere alle necessità di cui in quel momento anche il giovane potrebbe sentire il bisogno, aiutandolo così a crescere e sviluppare nuovi punti di vista e prospettive. Il servizio ci forma nell’adattarsi alle sfumature che la vita di chiunque può prendere, a comprenderle, a vederne la dignità anche quando pare non essercene, e a riconoscere la forza delle persone con cui si entra in relazione. Il servizio insegna come affrontare le diverse situazioni per essere sempre (anche solo un po’) di aiuto, per trovare ciò che c’è di buono anche quando non lo si vede, e per dare un lume di felicità agli individui con cui ci si confronta, senza atteggiamenti di superiorità o sentimenti di compassione, ma con l’umiltà di “voler dare una mano”.

«Davvero vendete i biscotti?»

Siamo sicure che avrete pensato anche voi a questa domanda, non serve negare.
Nessuno vuole essere associato alle docili bambinette che in centinaia di film vendono dolcetti porta a porta, però è ora di essere onesti… tutti noi, ad un certo punto della nostra “carriera” scoutistica, ci siamo ritrovati a vendere biscotti.
Naturalmente c’è una spiegazione ed è l’autofinanziamento, un impegno necessario per ridurre i costi che spesso le esperienze scout comportano, dei campi, e per mantenere le attività accessibili a chiunque, rispettando uni dei punti fondamentali del movimento: rimanere aperto a tutti. Ci sono tanti modi per autofinanziarsi: oltre a mercatini e vendite di prodotti alimentari, uno dei metodi più comuni sono le serate organizzate con quiz, tornei, giochi e cinema all’aperto.

«Anche questo week-end sei via?»

Ebbene sì, questo è il quesito più frequente che ogni giovane scout si trova ad affrontare quando si è costretti a rifiutare un’uscita con gli amici, un aperitivo al bar o una gita fuoriporta. Spesso chi non è coinvolto in questo mondo rimane dubbioso sulle motivazioni che ci spingono a lasciare tutto e partire con uno zaino sulle spalle, senza la possibilità di tenerci aggiornati su ciò che accade nel “mondo reale”. Queste perplessità però sono viziate dalla mancata conoscenza di ciò che accade durante queste giornate di “estraniamento dalla società”, come drasticamente viene definito dagli amici in questione.
La realtà, invece, è differente: quei momenti “persi” sono in realtà attimi di conoscenza e socialità tra coetanei con interessi e passioni comuni, con cui si creano spesso legami forti, si instaurano amicizie durature e complicità incomparabili. Tutto questo lasciando da parte, per un po’, il mondo dei social, dove le relazioni sono veloci ed effimere. L’ambiente scout porta noi giovani al rapporto faccia a faccia, senza che nel mezzo ci sia lo schermo del cellulare. Prendersi una pausa da qualsiasi dispositivo porta a una interazione sociale vera, piena di attività e giochi che vengono svolti in comunità, senza tralasciare, però, momenti di riflessione che aiutano ad avere una maggiore consapevolezza di sé stessi.
Detto questo, no, andare in uscita o in route non è un sacrificio che siamo obbligati a fare, bensì si tratta di momenti che ci aiutano a staccare la mente da situazioni stressanti, anche solo banalmente la scuola o il lavoro, e a dedicarci a noi stessi e a relazioni umane genuine.
Restando in tema di esperienze genuine, durante le uscite nei boschi sperimentiamo anche i “bagni naturali”. La natura è una componente fondamentale dello scoutismo, che ci insegna a viverla, rispettandola e avendone premura. Inoltre è un minimo prezzo da pagare per vivere momenti insostituibili quali sono i campi.

Braghini blu e fazzoletto al collo

Tra sguardi increduli e di pietà, una delle caratteristiche per cui gli scout sono più famosi è il fatto di portare i pantaloncini corti di velluto blu, anche quando fuori nevica o si è sull’orlo del diluvio universale. Ecco, è venuto il momento di spiegare anche questa stranezza.
Prima di tutto, dobbiamo dire che nel mondo dello scoutismo arrendersi e mettere i pantaloni lunghi è un evidente e sfacciata dichiarazione di debolezza. Ma c’è anche una ragione storica. Il nazismo bandì l’uniforme degli scout in quanto simbolo di un gruppo a parte, non riconosciuto dall’ideologia dominante. Portarla è un privilegio e un onore in quanto omaggio a coloro che hanno resistito all’oppressione del totalitarismo, lottando per ottenere la libertà di cui disponiamo oggi.

Ma di concreto cosa c’è?

È arrivato il momento di raccontarvi come passiamo il nostro tempo quando non siamo sperduti sulle montagne o a fare servizio. Ogni anno o quasi, un clan decide quale argomento di attualità vuole approfondire e come farlo: incontri, testimonianze, attività… per un certo periodo ogni attività verrà fatta in funzione di ampliare la conoscenza dei ragazzi riguardo alla questione che hanno scelto di indagare. I temi, come avrete intuito, sono molto vari: spaziano dalla droga ai diritti umani, dalla pace alla povertà e vengono scelti dalla comunità chiedendosi di cosa si ha bisogno di parlare per crescere insieme.

Il capitolo dedicato alle dipendenze

Dopo aver approfondito il tema dell’immigrazione, il clan Imola 1, di cui facciamo parte noi autrici di questo scritto, quest’anno ha deciso di indagare le dipendenze, in particolare affettiva, da alcol e dal telefono.
Incontrando psicologi e raccogliendo testimonianze, abbiamo analizzato noi stessi e siamo arrivati alla conclusione che la dipendenza non è una malattia con contorni definiti, anzi, non fa discriminazione di età, sesso o classe sociale e siamo tutti un po’ dipendenti da qualcosa, ciascuno a suo modo. Le persone con una dipendenza non sono solo quelli chiusi in case di riabilitazione o stesi per strada vicino alle stazioni, sono anche i nostri amici, conoscenti, a volte anche noi stessi, sebbene ad uno stadio meno grave. La chiave è sapere aiutare e aiutare se stessi, trovare la radice del male e sostenersi nella difficile impresa di sradicare quella pianta infestante. Alla fine del percorso di un capitolo (così si chiama questa attività di approfondimento che svolgiamo), ogni comunità deve sviluppare modi per condividere con l’esterno ciò che ha imparato.

Se vi abbiamo incuriosito, potete approfondire la nostra riflessione di gruppo attraverso le quattro video-interviste che abbiamo realizzato con il vescovo di Imola Giovanni Mosciatti, con il sindaco Marco Panieri, con due “colleghe” scout dell’Imola 2, Emma Silvestre e Anna Grandi, e con la psicologa Maddalena Tarantino. Buona visione!

 

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