
di Nicola De Vita
The blind summit, l’ultima, dirompente, proposta letteraria di Andrea Pagani è un’impresa le cui prospettive sono chiare già dalla dedica e dalle citazioni in esergo.
The blind summit, in uscita grazie all’impegno della casa editrice faentina Tempo al libro, è un romanzo dedicato infatti a «tutti coloro che hanno perso il contatto con la realtà», un romanzo che la frase di Aleksandr Lurija, in esergo appunto, descrive e anticipa già in maniera coinvolgente: «Sarebbe stato difficile dire cosa fosse più reale, per lui: il mondo dell’immaginazione, nel quale viveva, o il mondo della realtà, nel quale restava sempre come un ospite temporaneo».
L’importanza di William Butler Yeats
Vale la pena dunque precisare fin da subito che le pagine di The blind summit (il quale sarà presentato ufficialmente martedì 28 aprile presso la sede della Biblioteca comunale di Imola alle 20.30) sono ricche di spunti e di riflessioni. Il protagonista del testo, Edoardo Martini, è un affermato professore di origini bolognesi che da anni insegna in Irlanda, un paese dove ha avuto modo di affermarsi in effetti come cultore di William Butler Yeats, il celebre poeta irlandese la cui opera ha unito misticismo, folklore e un complesso simbolismo.
Ed è proprio nel segno delle atmosfere sognanti di Yeats che hanno inizio i ricordi di Edoardo, un uomo i cui successi non sembrano tuttavia compensare un affaticamento evidente e quasi opprimente.

Alla luce dell’abat jour sul side table della sua stanza d’albergo, a Bundoran, nella contea del Donegal, sulle coste orientali dell’Irlanda, ciò che vede fuori dalla sua finestra non è quindi solo un panorama tipico della terra che lo ospita e dove è cresciuto, ma un insieme di ricordi che appunto si susseguono come fotogrammi di una pellicola.
Ad ispirare questa sua ricerca quasi proustiana non è però un evento fortuito o in apparenza casuale ma la visione di una donna seduta sul parapetto del molo di fronte alla sua finestra, le cui forme gli ricordano quelle di Anna, la ragazza con la quale aveva condiviso una struggente storia d’amore prima ancora di laurearsi a Bologna.
Per riuscire così a ricomporre la trama della storia che ha vissuto (e rivisto) e tentare di conseguenza di elaborare il motivo dell’affaticamento che continua a portarsi dietro, Edoardo intuisce perciò che non è nel perimetro della ragione che deve indagare, quanto nel vortice inusuale e razionalmente incomprensibile della magia.
Aver avuto sempre le rime di Yeats davanti agli occhi, rime che non potrebbero spiegarsi se non proprio grazie prima di tutto all’intuizione, conferma inevitabilmente a lui, quanto a noi lettori, una verità spesso talmente evidente da non riuscire ad accettarla con facilità: è possibile rispondere a quelle che sono le domande più pervasive che tormentano il nostro Io proprio grazie a ciò che spesso trascuriamo proprio perché evidente o semplice.
La luce delle cose semplici
In un dialogo con Gianni Celati, il suo maestro ai tempi dell’università, Edoardo viene consigliato dal professore; al quale Andrea Pagani dedica delle pagine commoventi, di impegnarsi a ricordare che «i grandi libri, che di solito sono libri occulti, sono cosparsi di indizi che non sempre danno su un unico affaccio, ma anzi più spesso si sporgono su misteriosi affacci ulteriori. Misteri bifronti, a due facce, a due fronti. Per affrontare il misterioso c’è bisogno di dualità, forse persino di sospensioni, di aperture, non di soluzioni semplici».
Questo consiglio, già di per sé notevole, acquista tuttavia una funzione complementare grazie alla riflessione che Edoardo matura riflettendo a proposito della bellezza del suo rapporto con Anna: un rapporto cresciuto «alla luce delle cose semplici».
La contraddizione, solo evidente, tra la necessità di affrontare il misterioso servendosi di soluzioni che non siano semplici e un rapporto che al contrario (appunto paradossalmente) sembra trovare invece nella semplicità il suo valore, è quindi un dettaglio fondamentale del romanzo, il quale, pagina dopo pagina, coinvolge il lettore in un turbinio di ricordi che sembrano non essere solo di Edoardo o di Anna ma anche di tutti coloro che hanno dovuto fare i conti con domande difficili e spesso insopportabili; domande a cui è possibile rispondere forse proprio dimenticando quei criteri razionali che suggeriscono di non vedere oltre il dispiegarsi dello stesso paradosso.
Non diversamente, nel tenere a mente quanto sia importante quanto appena scritto si rivela essere di conseguenza opportuno sottolineare quanto gli stessi luoghi nei quali si dispiegano i ricordi di Edoardo siano veri malgrado le suggestioni che di fatto egli vive e ricorda.
E veri sono altresì i piccoli, quanto fondamentali, dettagli che il professore rievoca come un film o uno sguardo giacché questi, proprio come i luoghi nei quali ha vissuto, a metà strada tra i portici di Bologna e i cieli d’Irlanda, sono ricchi di suggestioni perfettamente comprensibili solo alla luce del simbolismo di cui lui stesso è sia spettatore che attore.
La letteratura come punto di incontro
Non è tuttavia solo Yeats il principale protagonista che ispira le suggestioni di The blind summit ma inevitabilmente, sebbene non sia citato, anche Gabriel Garcia Marquez.
Il simbolismo di Yeats si incontra infatti sovente, soprattutto nella seconda metà del romanzo, con il realismo magico dell’autore di Cent’anni di solitudine e questo, a mio modesto parere, conferma senz’altro quanto importante sia la letteratura come strumento utile a superare le barriere del tempo e dello spazio ma anche quelle degli uomini, che nonostante le differenze tra luoghi come l’Irlanda o appunto il Sudamerica dell’autore colombiano si possono ritrovare a rispondere alla vita con la stessa spontaneità.
In conclusione, The blind summit è un viaggio nel tempo e nelle profondità dei significati che hanno parole come “passione” e “destino”. Ma The blind summit è altresì un tentativo da parte di Edoardo di suggerirci di non dimenticare l’importanza del presente: il momento che precede l’incertezza che si cela dietro «una vetta cieca» sulla sommità di un dosso, una dedica evidente al genio di Gianni Celati, a tutti coloro che «hanno perso il contatto con la realtà». E a chi, malgrado la confusione del suo tempo, continua a credere nella possibilità che presto o tardi la magia della letteratura possa permetterci di tornare a tentare di capire l’inestricabile quanto magnifica complessità del divenire.