Imola/ Se n’à andato Giorgio Marabini, figura di riferimento della sinistra imolese

Ieri sera, sabato 4 luglio, se n’è andato Giorgio Marabini. Discendente diretto di figure storiche come Anselmo e Andrea Marabini, è stato per decenni il punto di riferimento della cultura e della sinistra imolesi.
Era nato a Mosca il 22 luglio 1941 da padre italiano e madre russa, e in Russia ha vissuto i suoi primi anni, prima di trasferirsi a Imola nel 1945.
Fondatore di riviste e animatore di iniziative sociali, politiche e culturali, appassionato di geopolitica. Per quasi cinquant’anni ha collaborato con il settimanale imolese Sabato sera, pubblicando inchieste e riflessioni focalizzate sull’economia globale, la cooperazione e lo sviluppo di mercati come Cina e India. A lui nel febbraio scorso era stata dedicata la sala di lettura nella sede della Cgil di Imola.

Come scrive Claudio Caprara nel ricordo bello e appassionato che pubblichiamo di seguito, «mancheranno la sua intelligenza, la sua ironia e quella curiosità instancabile che lo spingeva sempre a guardare un po’ più lontano degli altri. Ma resteranno i suoi libri, i suoi articoli, le sue idee e soprattutto l’esempio di una persona che ha saputo essere profondamente imolese senza mai smettere di sentirsi cittadino del mondo».

«Parlare con Giorgio Marabini era sempre un piacere. Sapere che non succederà più è un dolore profondo.
Non saprei dire con precisione quando ci siamo incontrati per la prima volta. È successo tanti anni fa e da allora le occasioni per discutere con lui non sono mai mancate. Era il discendente della famiglia più importante della sinistra imolese e ne era perfettamente consapevole. Eppure non portava quel cognome come un peso o come un titolo da esibire. Lo faceva con leggerezza, con uno stile naturale e con un’eleganza che apparteneva prima di tutto al suo modo di stare con gli altri.
Poi amava la vita e sapeva come goderne i momenti belli e come affrontarne le difficoltà.
Era un uomo bello, brillante, colto, ma soprattutto uno straordinario conversatore. Bastava sedersi con lui perché la discussione prendesse subito una direzione interessante. Amava parlare di economia, di politica di relazioni internazionali, dei grandi mutamenti geopolitici. Pochi conoscevano l’Unione Sovietica e, dopo il 1991, la Russia con la profondità con cui la conosceva lui. Non era un interesse libresco: nasceva dalla sua biografia, dalla sua storia familiare e da una curiosità che non ha mai smesso di coltivare.
Difendeva le proprie idee con convinzione, ma non aveva mai l’atteggiamento di chi pretende di avere l’ultima parola. Gli interessava il confronto. Aveva il gusto della discussione e la disponibilità a misurarsi con punti di vista diversi. Era una persona che aveva vissuto pienamente il proprio tempo e continuava a interrogarsi sul presente senza rifugiarsi nella nostalgia.
Per molti anni collaborò con Sabato Sera. Quando ne diventai direttore ci capitò spesso di discutere insieme gli argomenti dei suoi articoli. Molte di quelle riflessioni sono poi confluite nel volume Un imolese nato in esilio, che raccoglie quasi cinquant’anni di interventi pubblicati sul giornale. Sfogliandolo si capisce bene quale fosse il suo metodo: partire da Imola per guardare il mondo e, allo stesso tempo, osservare il mondo senza perdere mai di vista Imola. Aveva intuito con largo anticipo il ruolo che avrebbero assunto paesi come la Cina e l’India nell’economia mondiale, ma nello stesso libro si trovano anche pagine dedicate all’Uzbekistan, alla cooperazione, alle trasformazioni sociali del territorio e alle idee che avrebbero potuto migliorarlo.
Per me resta prezioso anche il lavoro che ha portato alla pubblicazione di Quando si sperava nella coesistenza pacifica. Doveva essere un libro destinato soprattutto ai familiari, ma è diventato molto di più. È il racconto di una famiglia intrecciata alla storia del Novecento. La nascita a Mosca nel luglio del 1941, appena un mese dopo l’invasione nazista dell’Unione Sovietica, il ritorno a Imola nel 1945 dopo il lungo esilio politico della famiglia, le vicende di una dinastia che, dal bisnonno Anselmo al nonno Andrea, aveva pagato un prezzo altissimo per il proprio impegno a favore dei lavoratori. Molti degli episodi che Giorgio mi raccontò negli anni li ho poi utilizzati anche in Fischiava il vento, tanto erano ricchi di umanità e di valore storico.
Per il territorio imolese Giorgio Marabini è stato una figura di riferimento. Lo ricordo anche negli anni della presidenza della Lega delle Cooperative. Interpretò quel ruolo con uno stile personale, lontanissimo da quello dei grigi funzionari di partito. Era comunista fino in fondo, ma non parlava mai per formule. Cercava sempre un’idea nuova, un punto di vista inatteso. Ricordo ancora la relazione con cui concluse il suo mandato. Invece di limitarsi ai numeri del bilancio dedicò una parte importante del discorso a un progetto che gli stava particolarmente a cuore: recuperare Villa Muggia e trasformarla in un centro nazionale di studio, ricerca e iniziativa del movimento cooperativo. Era una proposta ambiziosa, forse troppo per quei tempi, ma raccontava perfettamente il suo modo di immaginare il futuro.
La sua capacità di costruire relazioni fu preziosa anche negli anni difficili della trasformazione del PCI. Aveva idee precise, diverse dalla mie. Ma ho sempre visto in lui il tentativo di tenere insieme persone diverse, convinto che il dialogo fosse sempre più utile dello scontro. Del resto non si era mai accontentato di una prospettiva esclusivamente locale. Si intuiva che soffriva quando restava troppo fermo. Forse anche per questo decise di affrontare l’esperienza di Samarcanda, dove lavorò per molti anni. Fu una scelta impegnativa, che gli costò sacrifici personali, ma gli consentì di vivere ancora una volta dentro la storia e non semplicemente di osservarla.
Negli ultimi anni aveva trovato nella geopolitica un nuovo terreno di ricerca e di divulgazione. La sala di lettura che oggi porta il suo nome nella sede della CGIL, inaugurata nel febbraio scorso e arricchita dalla donazione della sua collezione completa di Limes, rappresenta il riconoscimento più naturale di una passione coltivata per tutta la vita. Anche il corso di geopolitica che aveva avviato insieme a Demostenes Floros dimostra quanto fosse convinto che comprendere il mondo fosse una necessità concreta, non un esercizio accademico. Suo figlio Lorenzo lo ha ricordato con una frase che mi sembra perfetta: in un mondo sempre più “glocal”, ciò che accade a migliaia di chilometri da noi produce conseguenze immediate nella nostra vita quotidiana. Giorgio questo lo aveva capito molti anni prima di tanti altri.
Mancheranno la sua intelligenza, la sua ironia e quella curiosità instancabile che lo spingeva sempre a guardare un po’ più lontano degli altri. Ma resteranno i suoi libri, i suoi articoli, le sue idee e soprattutto l’esempio di una persona che ha saputo essere profondamente imolese senza mai smettere di sentirsi cittadino del mondo.
A Alessia, Lorenzo e Tullia vanno le mie condoglianze e un grande abbraccio di affetto, stima e comprensione per il dolore che stanno provando».

[Dalla newsletter di Claudio Caprara per gentile concessione]

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