Alba Natali: il passato, il presente e il futuro della salute mentale a Imola

di Milena Monti

Salute mentale ma anche giovani, parità di genere, cambiamento climatico, ruolo del giornalismo e fine vita in una intervista ad Alba Natali a cavallo fra la lunga carriera (conclusa) nei servizi di salute mentale della Ausl di Imola e il nuovo incarico come assessora a sanità, servizi al cittadino e personale, all’interno della giunta comunale di Imola insediatasi al principio del giugno scorso.
Mentre andiamo all’appuntamento per l’intervista ad Alba Natali la radio passa la canzone di Jovanotti e Alfa Buon vento, che a un certo punto racconta «l’esempio dei marinai quando stanno a largo dalla tempesta perché l’oceano più insidioso è comunque quello che è nella testa».
Abbiamo cercato questa intervista alla dottoressa Natali dallo scorso marzo, quando si è concluso il suo percorso professionale nei servizi di salute mentale della Ausl di Imola; volevamo raccogliere la sua lunga esperienza e mettere nero su bianco il tema della salute mentale attraverso il tempo, tema attuale e concreto. Nel frattempo Natali era scesa in campo con la lista “Imola corre” a sostegno di Marco Panieri; rieletto, l’attuale sindaco le ha assegnato l’incarico di assessora con deleghe a sanità, servizi al cittadino e personale. E così questa intervista è ora anche alla neo-assessora e alla sua visione politica di sanità e salute mentale. Un viaggio fra la salute mentale com’era e come è mutata nel tempo fino ad oggi, comprese le scelte politiche presenti e future per sanità e salute mentale a Imola. A partire dalla frase di quella canzone.

«Si tratta di un concetto reale, concreto, che vale per tutti e non solo per chi esprime una sofferenza più o meno identificata nei manuali medici – risponde la dottoressa/assessora -. Tutti gli esseri umani possono vivere momenti difficili in cui non si riconoscono, non trovano più lo scopo. Una cultura orientata alla salute mentale è un concetto ampio, significa ad esempio la necessità di biblioteche, musei, ma anche piste ciclabili e aree verdi dove passeggiare o praticare attività fisica, luoghi di incontro per la socializzazione, feste per celebrare la comunità e le comunità. Parlando di servizi che migliorano la qualità della vita, l’offerta è articolata e i suoi elementi interconnessi».

Per la Organizzazione mondiale della sanità la salute mentale è infatti lo stato di benessere in cui ogni individuo si realizza; ma cos’è il benessere mentale nella pratica?

«Benessere mentale è tutto. Potrei fare un elenco lunghissimo di cose all’apparenza lontane fra loro ma tutte collegate al benessere mentale e dunque alla salute mentale: casa, sicurezza, stabilità economica, diritti, inquinamento, clima… I recenti studi sui determinanti della salute rappresentati come cerchi concentrici raccontano come i fattori sociali, ambientali ed economici influenzino lo stato di salute generale di una persona».

A livello globale disturbi come ansia e depressione sono in crescita ed esordiscono anche in giovane età; pensiamo a stress da studio o lavoro, disturbi relazionali, sovraccarico cognitivo da informazioni o stimoli per lo più digitali, perfino eco-ansia che nelle nuove generazioni soprattutto genera una diffusa incertezza del futuro…

«I dati ci dicono questo. Motivi come il sovraccarico di informazioni, penso alle notizie di cronaca, generano uno stress diffuso ma è importante in questo caso non scambiare il colpevole, che non è chi dà informazioni sul cambiamento climatico, ad esempio, ma chi o cosa lo causa. E focalizzare l’attenzione sulle soluzioni è una maniera per alleviare questo stress. Gli organi di informazione dal canto loro mancano spesso di una lettura corretta del contesto di una notizia e questo disorienta emotivamente e psicologicamente, crea pregiudizio o allarmismo, in generale malessere. Chi dà le notizie ha una responsabilità, non una colpa; ma un mondo senza informazione creerebbe danni peggiori. Quanto ai giovani, si tende purtroppo a generalizzare troppo: ce ne sono di fragili, vero, e l’accesso ai servizi negli ultimi anni è aumentato, ma si tratta di un reale aumento della sofferenza o di una maggiore consapevolezza delle necessità delle persone? Non saprei rispondere. I servizi di salute mentale devono essere eccellenti ma la responsabilità è collettiva perché la salute mentale è una costruzione sociale; ho poche certezze ma una è questa».

Un insegnamento della sua lunga carriera?

«L’insegnamento è che i determinanti sociali, ambientali ed economici hanno un’importanza rivoluzionaria che non sempre viene riconosciuta. Io ho collezionato quasi quarant’anni di servizio come medico con specializzazione in psichiatria. Dall’università di Modena, dove inizialmente intendevo lavorare dopo il mio dottorato di ricerca, sono approdata presto a Imola per lavorare con una equipe di collaboratori di Basaglia per la chiusura definitiva dell’ospedale psichiatrico imolese. Il percorso di chiusura era di fatto avviato quando sono arrivata, del resto la legge Basaglia è del 1978, anno in cui io mi sono iscritta all’università; ma c’era ancora a Imola, come in altri ospedali chiusi, un nucleo di residuo manicomiale, termine medico per indicare gli “indimissibili”, per i quali era necessario costruire una buona alternativa; questa era la sfida quando sono arrivata a Imola. È stato un periodo importante che ha gettato le basi della riorganizzazione del servizio di salute mentale territoriale e anche della mia carriera, che da lì è sempre stata legata a Imola, prima come direttrice dell’Unità operativa di Psichiatria adulti (dal 2010) e poi come direttrice di Dipartimento di Salute mentale e Dipendenze patologiche (fino al marzo di quest’anno)».

Quando ha lasciato l’incarico per raggiunto limite di età (67 anni) la Ausl di Imola l’ha pubblicamente ringraziata per il percorso di cura e umanità, dandole merito di aver contribuito a far crescere una rete di cura fondata sull’integrazione, sull’umanità e sull’attenzione ai percorsi di vita. Come riassumerebbe questo percorso e come si è modificato il concetto di salute mentale nel tempo?

«Sono soddisfatta del percorso, anche per questo mi sono messa a disposizione oggi a livello politico. Come è cambiato il concetto di salute mentale nel tempo è invece un discorso complesso. Il Dipartimento di Salute mentale e Dipendenze patologiche di Imola ha sempre avuto come punti di riferimento il rispetto degli individui non solo dal punto di vista medico ma anche dei loro desideri. Il principio è che far rinascere nelle persone la capacità di desiderare è il primo rimedio al disagio, lo vediamo anche oggi nei giovani. Nel tempo le cause esterne del disagio, i già citati determinanti sociali ambientali ed economici, hanno assunto sempre più potere sulle persone in una società che predilige l’individualismo, la competizione e un concetto secondo me falsato di meritocrazia che considera dove si arriva ma non da dove si parte. Questo modello moderno è subìto soprattutto dalle persone più fragili o sensibili, ma si è visto che forme di correzione sono possibili attraverso la valorizzazione dell’individualità. Se prima di Basaglia gli ospedali psichiatrici studiavano le patologie senza il contesto, con una visione riduttiva, quando si è passati dagli ospedali psichiatrici ai servizi di salute mentale si è iniziato a considerare l’individuo nella sua complessità di essere umano, ognuno a sé. È questo cambio di rotta applicato nel dettaglio all’ospedale psichiatrico dell’Osservanza che, come dicevo, mi ha fatto arrivare a Imola».

L’Osservanza torna nella sua vita oggi fra gli incarichi speciali del suo mandato come assessora a sanità, servizi al cittadino e personale. Quali sono i prossimi passi di questo incarico che il sindaco Panieri le ha dato?

«Ho accettato volentieri la delega alla salute perché è nelle mie corde, ovviamente, ma anche perché apprezzo il lavoro fatto precedentemente. So che anche se ci sarà bisogno di studiare tanto e lavorare molto sulle relazioni, partiamo da un buon punto per fare quello che si deve fare: migliorare. Il mio progetto politico si basa sull’ascolto e non è un luogo comune: ho un calendario fitto di incontri con i servizi, le istituzioni, il terzo settore e in generale con tutta la città, compresi i cittadini che hanno qualcosa da dire. Sui temi della sanità e della salute mentale, dal mio punto di vista avvantaggiato, l’intenzione è quella di continuare il percorso, già iniziato, di superamento della cultura “ospedalocentrica” in favore dei servizi nel territorio, una cosa che non potrò fare da sola ma in stretta collaborazione con l’azienda sanitaria. La delega al parco dell’Osservanza tra memoria e tecnologia mi piace perché potrò dare il mio contributo sul lato storico, ma anche contribuire a superare una visione passata in favore di un presente moderno, fatto di progetti già avviati e da avviare. Quel luogo merita nuova vita, dall’università all’accademia musicale, alle start up, ai servizi che già vi si sono trasferiti. L’altra delega speciale al patto sociale sulla salute mentale si muove come già raccontato, in stretta condivisione e nella responsabilizzazione di tutti i soggetti pubblici e privati del territorio. Come detto, a Imola si è lavorato bene negli anni precedenti ma siamo qui per migliorare il migliorabile».

C’è qualcosa di inedito per Imola che ritiene sia importante, magari il tema del fine vita in corso di dibattito proprio oggi a livello regionale?

«Vorrei farmi portatrice dei temi della bioetica a Imola, personalmente ho come riferimento Franca Ongaro Basaglia, che non è stata solo la moglie di Franco Basaglia, insieme al quale fu protagonista del movimento della Psichiatria democratica che ha promosso e attuato la riforma psichiatrica italiana, ma anche una politica, e fra i suoi temi c’era proprio la bioetica. Quello del fine vita è un argomento complesso e delicato che merita rispetto. Sono la prima a non avere una opinione chiara e definita, per questo ritengo sia importante parlarne. Da un lato credo che la morte sia oggi trattata come un tabù, qualcosa di cui non si parla nemmeno nelle famiglie, e questo è un male; è importante che la morte torni ad essere parte naturale della vita com’è nell’ordine delle cose, parlandone e dando importanza alle disposizioni personali che rientrano nei diritti personali. Quanto al fine vita, da medico lotto per la salvaguardia della vita a ogni costo ma nella dignità della persona, senza l’accanimento che purtroppo a volte ammetto esistere; la speranza è che dal punto di vista medico o della salute mentale ci sia un buon equilibrio sempre. D’altro canto temo molto la strumentalizzazione di questo tema importante, per questo credo che la riflessione sia necessaria a livello di bioetica. Portarla a Imola non sarà fra le mie prime azioni, ma è già un’idea concreta».

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