
di Jacopo Venturi
Dal 2008 nel primo weekend di settembre le vie del centro storico di Faenza, capitale mondiale della maiolica, ospitano Argillà, il festival biennale internazionale della ceramica.
Centinaia di ceramisti si ritrovano per le mostre-mercato visitate in ogni edizione da migliaia di appassionati e da delegazioni di artisti da tutto il mondo.
L’evento, che quest’anno si è tenuto dal 4 al 6 settembre, è gratuito. Ad organizzarlo sono la Fondazione Mic Faenza con il Comune di Faenza e l’Associazione Italiana Città della Ceramica.
Tra gli stand espositivi ci sono quelli di quasi tutte le botteghe di Ente Ceramica, associazione di ceramisti, hobbisti e studiosi che si occupa di divulgazione e promozione della ceramica faentina.

Durante l’ultima giornata del festival, si svolge anche il Mondial Tornianti, ossia il campionato mondiale di tornio, che quest’anno ha visto sfidarsi 99 concorrenti in Piazza della Libertà per i campionati “tecnico” (per il cilindro più alto e la ciotola più larga) ed “esteta” (per il manufatto giudicato maggiormente meritevole da una giuria di esperti), sia maschile che femminile.
Per approfondire la scena dei ceramisti faentini oggi, e incuriositi dall’idea moderna di bottega, abbiamo chiesto ad alcuni di loro di raccontarci la loro arte e il rapporto che hanno con gli artisti che arrivano da tutto il mondo.
Piccola annotazione: delle decine di botteghe che a Faenza ancora oggi fanno questo mestiere, quelle presentate di seguito sono una selezione comunque non esaustiva di quelle che possono sembrare – almeno all’occhio curioso ma non professionale di chi scrive – alcune delle più rappresentative di questo panorama.
Ceramica Gatti 1928: un’istituzione a Faenza e nel mondo

Da quattro generazioni, la più longeva bottega di Faenza coltiva la tradizione familiare avviata nel 1928 e si conferma come una delle realtà faentine più celebri al mondo.
Con la fondazione della sua bottega, e forte del sodalizio con gli architetti Giovanni Guerrini e Gio Ponti, il pittore e scultore ceramista Riccardo Gatti si fa notare fin da subito tra gli artisti di tutta Italia. Conosce Filippo Tommaso Marinetti, con cui inaugura a Faenza la “Prima mostra della ceramica futurista” e da allora acquisisce un successo straordinario: la lista delle collaborazioni si arricchisce con nomi di spicco del mondo dell’arte internazionale e con diverse aziende come Fabbri 1905, per cui realizza il celebre vaso di amarene. Partecipa ad esposizioni in tutta Europa e si fa notare per la propria tecnica con decori a riflessi metallici e policromi e per i motivi decorativi degli impasti dai riflessi giallo-rosei, sia ramati che verdastri.
Quando viene a mancare nel 1972, la direzione della bottega passa nelle mani di Dante Servadei fino al 2015 e dopo di lui ai figli Marta e Davide, fino ad arrivare a Riccardo Servadei, che lavora ancora oggi negli stessi locali di famiglia. Per innovare la ricerca artistica nel rispetto della tradizione dell’archivio Gatti, dal 2018 la direzione artistica è stata affidata ad Andrea Anastasio. Il designer ha aggiornato il linguaggio della bottega, ispirandosi alle mode anni ’50 come nella collezione Battuti o riprendendo la tecnica del colombino e i motivi decorativi astratti di allora.
Proprio come una bottega rinascimentale, il loro laboratorio è ancora un luogo di incontro e di scambio tra professionalità differenti da tutto il mondo. Nonostante Ceramica Gatti presenti opere in tutto il mondo, Davide Servadei è soddisfatto soprattutto di riuscire ad attirare ed ospitare costantemente artisti internazionali nella «piccola bottega di un vicolo del Borgo Durbecco» (via Pompignoli, 4). Per lui la direzione è chiara: «Come artigiani faentini dobbiamo mantenere la leadership della produzione ceramica contemporanea rispettando le mode e le tecniche del nostro tempo».
Il grès e le palafitte di Elvira Keller

Ex-studentessa dell’Istituto Statale d’Arte per la Ceramica Ballardini (oggi liceo), Elvira Keller apre la propria bottega ceramica in Corso Mazzini 63 a Faenza nel 2016, dopo circa 10 anni di coworking. Elvira realizza complementi d’arredo, oggetti d’arte e ceramiche d’uso e la cifra stilistica che accompagna la sua ricerca artistica sono le palafitte.
L’ispirazione nasce nel 2010 durante il suo viaggio di nozze in Vietnam e la passione per le architetture sia naturali che umane si è evoluta da semplici decorazioni serigrafiche fino a delicati elementi di ceramica applicati a opere di diverse collezioni. Negli anni ha realizzato numerose sculture e installazioni site-specific e ha collaborato con ristoratori come Gianluca Gorini, per la creazione di stoviglie in grès, ceramica resistente alla lavastoviglie e al microonde, distorta durante la cottura ad alte temperature e decorata con pigmenti naturali e segni minimali.

Nel suo laboratorio, mette a disposizione una stanza per ospitare artisti in residenza provenienti da tutto il mondo ed accoglie regolarmente stagisti, studenti Erasmus o liceali, collaborando con diverse accademie internazionali. In quanto presidente di Ente Ceramica, e in occasione dei 50 anni dell’associazione nel 2027, annuncia: «Stiamo preparando dei festeggiamenti, cureremo delle pubblicazioni, aggiorneremo il nostro sito e a maggio dell’anno prossimo ristruttureremo la fornace a legna in mattoni in Piazza del popolo, oggi rimossa e in disuso per dei lavori». Infine, l’Ente curerà la decorazione dei manufatti in ceramica derivanti dalle competizioni del Mondial Tornianti di domenica scorsa per venderli all’asta: parte del ricavato sarà devoluto in beneficenza.
Manifatture sotto Sasso, tra il fiabesco e i calanchi

Il nome di questa bottega deriva da quello di Ca’ Sottosasso a Marzeno (via Gabellotta 22, Brisighella) risalente 16° secolo, dove oggi vivono e lavorano Lorella Morgantini e Marco Malavolti. La coppia si è trasferita lì nel 2002 per godere di più spazio all’aperto, soprattutto per i sei asini e i diversi animali da cortile come polli, anatre, colombi e tacchini, che già possedevano.
«Inizialmente venivamo criticati per questa nostra scelta di uscire da Faenza, ma alla fine si è rivelato un valore aggiunto anche per gli artisti che vengono a visitarci, a cui dedichiamo la metà del nostro tempo», spiega Lorella. Il laboratorio in collina, infatti, permette loro di organizzare workshop come quello sulle cotture con forni primitivi interrati o sugli stampi in gesso, tecnica di formatura ormai abbandonata. La location e le attività che propongono attirano quasi quotidianamente ceramisti, designer e architetti da tutta Italia e a volte anche dall’estero, spesso coinvolti in progetti del Museo Carlo Zauli.
La contaminazione con gli artisti ospiti ha permesso a Lorella e Marco di sperimentare un’ampia gamma di tecniche, temperature di cottura e smaltature diverse. Tuttavia, il tratto distintivo resta l’ispirazione alla natura che li circonda e agli oggetti della loro infanzia, come carillon e animali giocattolo, rielaborati in un immaginario fiabesco. Il loro processo creativo parte dagli oggetti che hanno in laboratorio, che vengono scomposti, riprodotti attraverso gli stampi e riassemblati in nuove opere. Alcuni esempi della loro ricerca artistica sono Spungone – Origine riflessa, ispirata alle rocce calcaree della Vena del Gesso formate da conchiglie fossili, o le numerose teiere dalle forme più disparate.
La scelta radicale di Bottega Vignoli
Ivana e Saura Vignoli fondano la Bottega Vignoli (via Fermi 30) nel 1976 e ancora oggi portano avanti la tradizione della maiolica rinascimentale, con le decorazioni e i motivi romani di età imperiale. Faenza, infatti, già allora era crocevia di contaminazioni e faceva da tramite con l’arte medio-orientale, che anticipava di secoli le tendenze rinascimentali. Le sorelle Vignoli sono esperte nella tecnica di riduzione a gran fuoco, di derivazione araba durante l’occupazione in Spagna, nelle decorazioni con schemi provenienti da pavimenti romani, e il loro tratto distintivo sono i pesci con cui “vestono” molti piatti e vasi.

In occasione dei loro 50 anni di attività, stanno per cedere la bottega all’ex-stagista Matteo Buoso, che ne conserverà il nome. Questa scelta deriva, come raccontano, dalla disillusione nei confronti del mondo della ceramica in Italia, da cui negli anni hanno preso le distanze. A differenza delle altre realtà citate in questo articolo, le sorelle Vignoli non partecipano ad Argillà e non fanno parte di Ente Ceramica dal 2002, proprio per il ruolo che a loro dire avrebbe assunto la politica nella scena della ceramica faentina. Ivana e Saura credono che l’artigianato sia stato delegittimato dalla mancanza di vera formazione, per via di «un susseguirsi di riforme scolastiche sciagurate che hanno fatto sì che il nostro istituto d’arte, che era il più prestigioso in Occidente, diventasse un banalissimo liceo artistico, in cui le materie manuali sono passate totalmente in secondo piano […] gli stagisti vengono qui e toccano gli strumenti del mestiere per la prima volta e gli insegnanti non vengono più selezionati».
Pantoú Ceramics: la rivisitazione dei classici caltagironesi

Ilaria Biffara e Gianpaolo Santoddì vengono da Caltagirone, città della ceramica siciliana, dove si sono conosciuti frequentando l’Istituto d’arte per la ceramica e dove hanno mosso i primi passi tra le botteghe locali. Il progetto Pantoú Ceramics – dal greco, dappertutto – nasce nel 2015 e si è trasferito a Faenza nel 2020 in seguito al diploma di Ilaria al corso Its Ceramico al Liceo Torricelli-Ballardini. Oggi la coppia ha il proprio laboratorio all’interno della sede dell’Associazione Mondial Tornianti Gino Geminiani (via Nuova 37), che accoglie diverse botteghe faentine.
Secondo Ilaria, negli ultimi anni la ceramica è diventata più di moda, quindi pittori, scultori e artisti visivi si approcciano ad essa a Faenza, anche grazie ai corsi, workshop, residenze e gemellaggi che l’associazione offre, contando sull’esperienza dei ceramisti professionisti che gravitano attorno.
La loro produzione artistica parte tutta dal tornio, che permette di dare alle opere forme più particolari, ma si basa molto anche sugli smalti, con cui ricercano colore e matericità.
«La ceramica va toccata» spiega Ilaria, infatti per molte creazioni usano lo smalto Matt, impermeabile e non riflettente, che dona alla ceramica un particolare effetto opaco. È il caso per esempio della collezione di brocche Trabocco, ispirate al tradizionale “bummulo malandrino” siciliano, ma reinterpretato a forma di pesce e con un originale sistema di intercapedini per la raccolta e il versamento dell’acqua. I vasi della collezione Radici, invece, si ispirano alla versione più meridionale dell’”albarello”, vaso-farmacia della tradizione italiana, che Ilaria e Gianpaolo hanno allungato e torto. L’unica collezione a stampo è quella delle “acquasantiere laiche”, in cui il simbolo dell’acqua viene rielaborato anche attraverso il lustro, che richiama proprio l’acqua lustrale. Infine, i piatti e le ciotole della collezione Cielo esasperano la dicotomia lucido-opaco, mentre quelli di segnalEtica intrecciano la tradizione decorativa caltagironese con segnali stradali e di rischio chimico e radioattivo.
Se mi sono perso Argillà?
Niente paura: nelle settimane seguenti al festival, proseguono le mostre collaterali dedicate alla ceramica in diversi luoghi della città manfreda, tra cui il Salone delle bandiere di Palazzo Manfredi, il Museo internazionale della ceramica, Palazzo del Podestà, il Museo Carlo Zauli, la Chiesa di Santa Maria dell’Angelo, la Galleria della Molinella, il Museo diocesano e quello del Risorgimento a Palazzo Laderchi.
Buona visita!