“Immagina Imola”, il diario del viaggio in Sicilia

Sono partiti martedì 22 settembre, la mattina, per trascorrere quattro giorni in Sicilia. Sono gli studenti che hanno ideato i tre progetti di impresa vincitori di “Immagina Imola”, il percorso educativo dedicato alle scuole superiori promosso da Legacoop Imola e Confcooperative Terre d’Emilia che punta a far conoscere la cooperazione e i suoi valori ai giovani.
Il viaggio, realizzato con il contributo di Coopfond progetto Indicoo Territori e Settori, fino al 25 settembre porterà i ragazzi a scoprire Palermo e i suoi luoghi della memoria, Mondello, la Riserva naturale orientata dello Zingaro, Cinisi, Portella della Ginestra, Libera Terra e le sue attività.

L’obiettivo come ha detto Rita Linzarini, responsabile del progetto per Legacoop Imola, è «portare i ragazzi nei luoghi confiscati alle mafie alla scoperta delle cooperative che si impegnano nel loro riuso sociale promuovendo valori quali legalità e buon lavoro». Dare ai giovani «l’opportunità di conoscere una cooperazione che genera cambiamento. Ci auguriamo che possano toccare con mano come la cooperazione contribuisca a costruire opportunità, inclusione e cultura della legalità», ha aggiunto Cecilia Marani, referente per Confcooperative Terre d’Emilia.

I partecipanti

Al viaggio prendono parte venti studenti e tre insegnanti: Federico De Brasi, Sebastiano Nigro, Lorenzo Pagani, Michele Pastore, Michele Perrone, Luca Scarascia, Filippo Zappi assieme al prof. Marco Balbi della classe 4ATA dell’istituto tecnico Alberghetti; Giulia Bartolini, Irene Bellini, Alex Casadio Bacchilega, Alessandro Cava, Hilary Antonina Gumini, Asia Mazzurco, Ginevra Savigni assieme alla professoressa Rosaria Falco della classe 3N dell’istituto tecnico Paolini; Rebecca Carroli, Daniele Maimescu, Federico Marchi, Matteo Mazzini, Noemi Paduano, Paolo Luciano Vitale assieme alla professoressa Monica Zanotti della 3B del Paolini. Con loro, Rita Linzarini di Legacoop e Giacomo Riccardo Gigli di Confcooperative.

La memoria è una responsabilità

Il viaggio è iniziato da due dei luoghi simbolo più intensi dell’intero percorso: Capaci e via D’Amelio.
La prima tappa è stata il luogo della strage del 23 maggio 1992, dove persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre agenti della scorta. Qui la memoria conserva ancora i segni dell’attentato: il luogo in cui venne collocato l’esplosivo, gli obelischi ai lati dell’autostrada e i murales che hanno trasformato quel tratto di strada anche in uno spazio di impegno civile.

A via D’Amelio, teatro appena 57 giorni dopo dell’attentato in cui furono uccisi Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, il ricordo assume una dimensione più intima. Al posto di un monumento domina l’Albero della Pace, l’ulivo divenuto simbolo di vita e rinascita.
«Abbiamo studiato la storia del giudice Borsellino – racconta Giulia – ma vedere questi luoghi e ascoltare le testimonianze ha reso improvvisamente reali le cose apprese». Anche Asia è rimasta colpita dall’ulivo e dai tanti pensieri lasciati negli anni: «Pensare alla madre di Borsellino, che si trovava proprio lì quando avvenne l’attentato, mi ha impressionato profondamente».

È proprio qui che il racconto proposto da Libera cambia prospettiva. Non una storia di eroi irraggiungibili, ma di persone che hanno scelto di assumersi una responsabilità.
«Non vi parlo di eroi che combatterono la mafia – ha spiegato Caterina Pellingra, mediatrice culturale di Libera il g(i)usto di viaggiare, settore turismo responsabile – ma di persone in carne e ossa che decisero di uscire dal proprio orticello, guardarsi intorno e non voltarsi dall’altra parte».
Un messaggio ripreso nell’ultima parte della giornata, presso la sede dell’agenzia Palma nana, dove i ragazzi hanno conosciuto anche l’esperienza di Addiopizzo. «Mi ha colpito la storia di giovani che hanno deciso di opporsi concretamente al racket – racconta Federico –. La loro forza è stata restare uniti, proteggendosi a vicenda».
Per Paolo l’incontro ha avuto un significato ancora più personale: «Mi ha colpito il coraggio di chi continua a difendere la legalità sapendo che qui significa anche esporsi a rischi concreti. È un impegno nel quale mi riconosco: sto pensando di tornare a Palermo per fare il servizio civile con Libera».

È forse questa la prima lezione del viaggio: l’antimafia non come storia di uomini eccezionali e lontani, ma come somma di scelte quotidiane. A partire da quella, semplice e difficile, di non voltarsi dall’altra parte.

Seconda giornata – Palermo

Dopo i luoghi della memoria, il viaggio è proseguito alla scoperta di un altro volto di Palermo: quello di una città costruita nei secoli dall’incontro fra popoli e culture differenti.

La mattinata è iniziata dalla Cappella Palatina, all’interno del Palazzo dei Normanni, straordinario simbolo della contaminazione tra cultura araba, bizantina e normanna. Mosaici, decorazioni e architetture raccontano ancora oggi una stagione nella quale la conquista militare dei Normanni non cancellò l’eredità precedente, ma seppe integrare conoscenze, maestranze e tradizioni diverse, dando vita a una società ricca e prospera.
«I Normanni – ha spiegato la guida turistica di Libera il g(i)usto di viaggiare, Noemi Troja – compresero presto il valore delle competenze e della cultura che avevano trovato a Palermo. Da quell’incontro nacque una città capace di mettere insieme mondi differenti, e proprio questa contaminazione è ancora oggi una delle caratteristiche più affascinanti della sua storia».

Il percorso è proseguito dalla Cattedrale verso i Quattro Canti, il Teatro Massimo e infine il mercato storico del Capo, dove alla monumentalità del centro si sostituiscono colori, voci e profumi della Palermo quotidiana.
«È stata forse la parte che mi è piaciuta di più – racconta una delle studentesse – perché nel mercato sembra di entrare improvvisamente in un’altra città: è pieno di colori, persone, rumori e vita».
Nel pomeriggio il gruppo ha raggiunto Mondello, concedendosi qualche ora di mare e relax dopo le visite della mattina. «È stato bello avere anche un momento per stare insieme e divertirci in spiaggia – racconta un’altra ragazza – soprattutto dopo due giornate così intense».
La Palermo della seconda giornata di visita ha mostrato un nuovo volto della città, non soltanto come luogo della memoria, ma come territorio in cui secoli di incontri, conquiste e contaminazioni hanno lasciato un’identità ancora oggi profondamente plurale.

Terza giornata – La storia di Peppino Impastato

Una giornata trascorsa tra la natura della Riserva dello Zingaro e la storia di Peppino Impastato, unite da un filo comune: il valore della partecipazione civile.

La mattina il gruppo ha percorso i sentieri della Riserva naturale orientata dello Zingaro, tra calette, mare e paesaggi incontaminati. Un luogo che deve la propria tutela anche a una grande mobilitazione popolare: nel 1980 migliaia di persone si opposero alla costruzione della strada costiera che avrebbe attraversato il territorio, contribuendo alla nascita, l’anno successivo, della prima riserva naturale della Sicilia.

«Lo Zingaro ci ricorda che un territorio può essere difeso quando una comunità decide di mobilitarsi – ha raccontato Selenia Di Bella, mediatrice culturale di Libera il g(i)usto di viaggiare. – Quello che oggi possiamo ammirare esiste anche grazie a chi scelse di non restare a guardare».
«Mi ha colpito pensare che questo paradiso avrebbe potuto essere cementificato – racconta uno degli studenti –. Sapere che qualcuno si è battuto per conservarlo lo rende ancora più bello».

Nel pomeriggio il viaggio è proseguito a Cinisi, a Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato. Giuseppe, guida della Casa, ha ripercorso la storia di Peppino attraverso i luoghi in cui visse e le testimonianze giornalistiche dell’epoca.
La visita ha riservato anche un incontro inatteso. Alla richiesta dei ragazzi di incontrare Giovanni Impastato, fratello di Peppino, è stato risposto che non era prevista la sua presenza. Dopo una telefonata, però, Giovanni ha deciso di raggiungere il gruppo: ha salutato gli studenti, scambiato con loro alcune parole e voluto concludere l’incontro con una foto insieme.

«A sedici anni si comincia a guardare il mondo e si può già scegliere di fare la differenza – ha sottolineato Selenia –. La mafia non è un problema soltanto siciliano: per questo conoscere e comprendere il valore della legalità riguarda tutti. Peppino ha vinto perché il tentativo di cancellarne la storia non è riuscito. Felicia rifiutò la logica della vendetta e trasformò la propria casa in un luogo di memoria e cultura. Questa vittoria si rinnova ogni volta che degli studenti vengono qui, conoscono questa storia e ne diventano a loro volta testimoni».
«Mi ha colpito pensare che anche noi possiamo contribuire, ricordando Peppino, a fare in modo che cose del genere non accadano più». Racconta una studentessa al termine della visita, dimostrando di aver colto a pieno il senso di una giornata dedicata a chi ha scelto di non restare a guardare.

Far conoscere queste storie serve e diffondere senso civico e i valori della cooperazione, promossi da Legacoop e Confcooperative. Il riuso dei beni confiscati alla mafia, la restituzione sul territorio e la valorizzazione del lavoro per il bene comune, la promozione della legalità, sono prerogative fondanti dell’impegno cooperativo. In questi giorni i ragazzi si sono confrontati con questa visione ed hanno potuto conoscere il suo reale impatto sulla vita delle persone.

Quarta giornata – Nuova vita dai beni confiscati alla mafia

Il viaggio si è concluso nell’Alto Belice Corleonese, dove memoria, legalità e restituzione dei beni confiscati alla mafia scrivono una storia unica, di cui la cantina “Centopassi” è uno degli esempi più significativi.
La quarta tappa del viaggio è iniziata con una domanda. Caterina Pellingra, mediatore culturale di Libera, il g(i)usto di viaggiare. Settore turismo responsale, ha chiesto ai ragazzi perché una cantina così distante da Cinisi e dalla vicenda di Peppino Impastato sia stata chiamata “Centopassi”. La domanda, rimasta sospesa durante la visita, ha continuato ad animare la curiosità dei ragazzi per tutta la giornata.

Francesco Citarda, presidente della cooperativa Placido Rizzotto-Libera Terra, ha raccontato la nascita di un progetto che da oltre vent’anni trasforma beni sottratti alla criminalità organizzata in occasioni di lavoro e sviluppo. Centopassi è oggi l’anima vitivinicola delle cooperative Libera Terra nell’Alto Belice Corleonese, con produzioni biologiche nate sui terreni confiscati alle mafie.
«La restituzione non riguarda soltanto la proprietà – ha spiegato Francesco – ma il lavoro, la qualità delle produzioni e la bellezza del territorio. Crediamo che il compito della cooperazione sia rendere un luogo migliore, un luogo in cui sia bello vivere».

Una restituzione, dunque, che non si esaurisce nel passaggio di un bene dalle mani della criminalità a quelle dello Stato, ma che acquista senso quando quel bene torna realmente alla comunità. Significa creare occupazione, produrre ricchezza in modo trasparente, valorizzare il paesaggio e dimostrare che proprio nei luoghi segnati dal potere mafioso può nascere un diverso modello di sviluppo.

Francesco ha ricordato anche le difficoltà dei primi anni: la paura, la diffidenza e la complessità di costruire un’impresa in territori dove il peso della presenza mafiosa era ancora molto forte. La forma cooperativa ha rappresentato fin dall’inizio uno strumento per condividere responsabilità, lavoro e progetto.
Una filosofia che passa anche dal modo di coltivare: «Per noi l’agricoltura è biologica: non può sfruttare né il terreno né chi ci lavora, altrimenti non puoi chiamarla agricoltura». Il valore del prodotto, dunque, non sta soltanto nella qualità finale, ma anche nei metodi di coltivazione e lavorazione dei prodotti.

Dopo la cantina, il gruppo ha raggiunto l’agriturismo Portella della Ginestra, anch’esso nato dal riuso di un bene confiscato, trasformando un luogo legato alla mafia in uno spazio di accoglienza e lavoro. Anche qui il significato della restituzione diventa concreto: un territorio un tempo associato alla sopraffazione diventa luogo di incontro, produzione e ospitalità.

L’ultima tappa è stata il Memoriale di Portella della Ginestra. Qui, il 1° maggio 1947, la banda di Salvatore Giuliano aprì il fuoco sui lavoratori riuniti per la Festa del Lavoro, uccidendo undici persone. Una pagina fondamentale e ancora in parte irrisolta della storia italiana, segnata dall’intreccio tra banditismo, mafia e interessi politici e sociali.
Ed è qui che Paolo, uno degli studenti, ha trovato una risposta alla domanda iniziale: «Questo è uno dei primi capitoli della lotta alla mafia. Da allora sono stati fatti tanti altri passi, come la confisca e la restituzione delle terre. Ogni vittoria è un passo in più. Forse è proprio per questo che quella cantina si chiama Centopassi».

Un’immagine che chiude anche il viaggio: quattro giorni e molti passi dentro una storia che, da queste terre, continua a parlare al presente ai giovani, indicando un modo di fare cooperazione che impatta il territorio in modo concreto rendendolo migliore, un posto in cui sia bello vivere.

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